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Palermo, imprenditore si ribella al "pizzo" e fa arrestare i mafiosi del suo paese

Quattro persone in manette da parte dei carabinieri ad Altofonte. Filmata e registrata la richiesta di denaro e il successivo ritiro dei soldi

Palermo, imprenditore di ribella al "pizzo" e fa arrestare i mafiosi del suo paese

Imprenditore si ribella e denuncia i suoi estortori aiutando gli investigatori a ricostruire le dinamiche mafiose del paese. C’è questo alla base del fermo della Dda di Palermo, operato dai Carabinieri del Gruppo di Monreale di Salvatore Raccuglia, accuaato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso ai danni di un imprenditore di Altofonte. Il gip del Tribunale di Palermo non solo ha convalidato il fermo della Dda ma sempre su richiesta della Procura ha emesso un’ordinanza cautelare oltre che per Salvatore Raccuglia, anche per altre tre persone: Salvatore La Barbera Andrea Di Matteo e Giuseppe Serbino, anche loro accusati di associazione mafiosa e di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'operazione è stata battezzata come "Happy Holiday".

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Di Matteo e Serbino erano già stato arrestati nel marzo dell’anno scorso sempre dai carabinieri nell’ambito di una inchiesta sul clan di Altofonte che era culminata con il blitz “Quattropuntozero” che aveva azzerato i vertici del mandamento di San Giuseppe Jato.

Le indagini sono proseguite e hanno seguito i movimenti di Salvatore Raccuglia, pregiudicato per concorso esterno in associazione mafiosa che aveva assicurato – spiegano gli investigatori - la sua disponibilità al clan retto all’epoca dal fratello Domenico e che era rimasto latitante per oltre un decennio.

Un contributo decisivo all’inchiesta è arrivato da un imprenditore di Altofonte che stanco di subire le estorsioni del clan sin dal lontano 2000, ha raccontato ai carabinieri e ai magistrati le dinamiche del clan sino alla gestione di Salvatore Raccuglia. I carabinieri hanno anche preparato la “trappola”: è stata infatti registrata la richiesta “amichevole” del pizzo da parte di Salvatore La Barbera, emissario del capo famiglia, proprio in prossimità della Pasqua, la fissazione di un appuntamento per il successivo 15 aprile per il ritiro del contante. Le telecamere installate dai Carabinieri hanno registrato la conversazione avvenuta nell’ufficio dell’imprenditore con La Barbera, immortalando la consegna delle banconote da 20 e 50 euro, per un importo complessivo di 500 euro. E proprio mentre si stava allontanando a bordo della propria autovettura, i Carabinieri del Gruppo di Monreale sono intervenuti arrestando La Barbera in flagrante per estorsione.

Nel corso della perquisizione personale sono stati rinvenuti nelle tasche dei pantaloni dell’interessato il denaro contante, suddiviso in mazzette, per un importo complessivo di circa 1.500 euro, provento, quasi certamente, di altre estorsioni commesse, nella stessa mattinata, in danno di altri imprenditori.

Nella casa dell’arrestato è stata trovata e sequestrata un’agenda, all’interno della quale sono stati rinvenuti dati fondamentali relativi alle estorsioni ad Altofonte, i cui proventi erano destinati al mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, per il sostentamento delle famiglie dei detenuti.

Le acquisizioni raccolte nel corso delle indagini e le dettagliate dichiarazioni dell’imprenditore estorto hanno così consentito di documentare, oltre alla gestione nel tempo dell’attività di riscossione del “pizzo” da parte di Di Matteo, Serbino e La Barbera anche il ruolo di capo clan di Altofonte di Salvatore Raccuglia.

Una circostanza confermata anche dalle intercettazioni di altri esponenti di “cosa nostra” che raccontano dei rappoeti strettissimi tra La Barbera e Raccuglia, nonché i documentati incontri di quest’ultimo con esponenti di spicco di altri mandamenti mafiosi di Palermo e San Giuseppe Jato.

Ora i carabinieri hanno annunciato ulteriori approfondimenti nei confronti di altri operatori economici dell’area vittima del “pizzo”, che però non hanno ancora deciso di collaborare con gli investigatori.

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