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Le Gambe del dESIGN

La poesia degli occhi: i collant con i versi dei poeti celebri

La poesia degli occhi: le gambe del Design

Mi sono sempre piaciute le gambe.

Le belle gambe.

Lebellegambedelledonne.

Sembra uno scioglilingua, e forse pure lo è.

E, badate bene, non ne ho mai fatto una questione di parametri di genere, o di categorie umane, ma di qualità.

Ma adesso, che improvvisamente scopro, quanto sanno essere bastardi ed amorevoli i miei amici, dell’esistenza di nuovi smaglianti….mmm, forse non è il termine più adatto, dato che mi riferisco ai nuovi/vecchi Collant che adesso vengono rieditati(…si, adesso il  termine è perfetto!) e fiondati sul mercato, con un carosello di declinazioni cromatiche a disposizione e, FAVOLADELLEFAVOLE: una cangiante, ed avvolgente texture, costituita da tutta una costellazione fasciante di versi poetici.                                     Si, avete sentito bene, versi poetici, e di poeti illustri.

 

Nonostante la prurigine, generata da certa pubblicità pervasiva mi avesse fatto arrivare pronto e preparato sull’argomento, vaccinandomi sin da ragazzo(Bacio Perugina e Biscotto della Fortuna, docet. NdA), l’effetto su di me è stato straniante:                                                                        non avevo mai considerato di poter avere a disposizione la possibilità di ammirare la sottile, e nello stesso tempo, dichiarata qualità di un bel paio di gambe, e di poterci trovare sopra un ‘tracciato’ altrettanto seducente, coinvolgente, al punto da potere essere considerato un ulteriore elemento di propulsione emotiva, uno strumento attivatore capace di alimentare, e condurre, la frazione del sogno erotico alla costruzione di meravigliosi, ideali, scenari ambientali di profondo benessere intimo e segreto.

 

Sono un Designer, dunque sono abituato alla pratica di importazione di una questione modale utilizzata in un determinato settore, ad un altro ambito di applicazione e, specie nel Public Design ve ne è traccia continua negli scenari di vita dei nostri ambiti urbani ma, la reale possibilità che il nostro corpo possa intervenire in maniera attiva e diretta, nella costruzione di un nuovo sistema di relazioni capace di divenire esso stesso progetto, mi ha reso particolarmente entusiasta.

Il sogno di un corpo e di una idea di corporeità in grado di affrancarsi dalla costrizione della condizione biologica è cosa nota sin dal secolo scorso, già George Teyssot intravedeva nel lavoro di Eileen Gray e di Le Corbusier i prodromi di una rivoluzione sociale che passava proprio attraverso una opposizione alle tradizionali idee di arredamento e di arte decorativa, a vantaggio di un nuovo tipo di design ‘realmente funzionale’, costituito da oggetti che in qualche misura potessero essere considerati come il necessario prolungamento di una geometria meccanica interna all’individuo stesso.

Ed è la strada maestra che, della pratica dell’estensione del corpo ne ha fatto tutta una epopea, sin dal lontano 1948, con la performance radiofonica di Antonin Artaud dal titolo “Pour en finir avec le jugement de dieu”, e poi giù a seguire con altri artisti come Bruce Nauman, Vito Acconci, Robert Morris, Chris Burden e Rebecca Horn, tutti uniti nello sforzo collettivo di spogliare l’uomo comune da una castrante organicità e ricondurlo alla definizione di una nuova identità artificiale, costituita da elementi e parti indeterminate, estensibili ed intercambiabili, quale condizione per poterne essere veramente padrone.                                  E, per qualche tempo, è’ stata l'era del Cyborg.

 

 

Ed i Collant di cui vi parlavo?                                                         Operano pure in tal senso.                                                                     Ci allontanano da una fruizione legata alla materialità biologica e ci segnalano, in maniera diretta, feroce ed inequivocabile, che possiamo avere la possibilità di poter gestire il nostro corpo come l’oggetto di un progetto esistenziale autodiretto, mettendo in moto una macchina desiderante unica, capace di esistere nella molteplicità delle sue replicazioni, in uno scenario popolato da flussi comunicativi.                   Una macchina desiderante che è ostensione e rappresentazione della nostra pelle, senza cedimento alcuno nei confronti del vecchio corpo fatto di organi, per intenderci, e tra questi, persino organi di sentimento, per così dire.                                                                                            Una macchina desiderante che vive un progetto multiforme e mutevole, in una realtà transitoria, impermalente, provvisoria, che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione.

 

  

I Collant mettono dunque in visione un corpo flusso, che altro non è che un corpo privato dei suoi confini simbolici, della propria identità immutevole e fissa, un corpo il cui protagonismo dovrebbe servire come propellente ideale per poter generare una nuova concezione spaziale, globale e personale, in grado di produrre reali mutamenti nella nostra società.

 

 Devo dirvi che, detta così, mi pare una bella prefigurazione e, nell’attesa che ciò accada, non voglio sprecare altro tempo…..ed approfittarne per un ripassino.

......chissà che qualcuno non provi ad interrogarmi, prima o poi.

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