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**Roma: morte Maddalena Urbani, ‘imputati hanno agito in modo maldestro e superficiale’**

Di Redazione |

Roma, 21 set. ”Deve ritenersi che gli imputati, nel non richiedere tempestivamente l’intervento del 118, pur rappresentandosi una situazione di pericolo per la vita di Maddalena Urbani, abbiano agito il Rajab in modo maldestro e la El Haouzi in modo superficiale, ed entrambi in modo colpevolmente inadeguato, ma senza aderire psicologicamente all’evento (morte, ndr), nella convinzione, o nella ‘ragionevole speranza’, dettata dallo stato di agitazione e confusione, dalla mancanza delle necessarie conoscenze mediche, dall’inesperienza e dall’affidamento riposto in altri’’, che la Urbani non sarebbe morta. E’ quanto scrivono i giudici della prima Corte di Assise d’Appello di Roma nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso luglio hanno diminuito la condanna da 14 a 4 anni e mezzo per Abdulaziz Rajab, il siriano nella cui abitazione morì Maddalena Urbani, figlia ventunenne del medico-eroe Carlo Urbani che per primo isolò il virus della Sars, deceduta per un’overdose di metadone il 27 marzo 2021, nell’abitazione di Rajab in zona Cassia, a Roma.

Con la loro decisione, i giudici di secondo grado avevano riqualificato da omicidio volontario con dolo eventuale in omicidio colposo l’accusa per il siriano. L’amica di Maddalena, che era in casa, Kaoula El Haouzi, è stata invece condannata a 3 anni, rispetto ai 2 anni della sentenza di primo grado, dove per lei i giudici avevano riqualificato l’accusa in omissione di soccorso. Con la sentenza di luglio Rajab, dopo aver trascorso circa due anni in carcere, è tornato libero.

I giudici di Appello in particolare evidenziano come Rajab non abbia ”in alcun modo contribuito a determinare la situazione di pericolo in quanto l’assunzione di metadone e altre sostanze da parte della Urbani è avvenuta ben prima che con la El Haouzi raggiungesse l’abitazione dell’imputato; Rajab quindi, al momento dell’ingresso delle ragazze nella sua abitazione non è a conoscenza di quanto avvenuto in precedenza e, in particolare, delle sostanze assunte dalla Urbani – non solo metadone ma anche cocaina, benzodiazepina e alcol – e solo dopo la Urbani avrebbe ‘farfugliato’ che aveva preso un ‘pochino di metadone’’’. Inoltre, nel motivare la riqualificazione del reato, i giudici di secondo grado sottolineano come Rajab non rimanga ‘’inerte, si adopera cercando nella prima fase di far riprendere la ragazza, con la respirazione bocca a bocca, nella plausibile convinzione che la stessa fosse in stato di ubriachezza, e poi, in una fase successiva, dopo la mezzanotte, chiedendo l’aiuto dei suoi conoscenti, effettivamente intervenuti’’.

Quanto all’amica della Urbani, presente nell’abitazione, per i giudici, ‘’pur tenendo conto della sua giovane età, dell’asserita estraneità ad ambienti dediti allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti e di un certo timore derivante dal fatto di trovarsi a casa di uno sconosciuto, non può non sorprendere il complessivo atteggiamento tenuto dalla El Haouzi, la quale, pur conoscendo le fragilità psicologiche dell’amica – digiuno prolungato di diversi giorni interrotto solo dall’assunzione di vino, gesti di autolesionismo – in una situazione ormai di evidente pericolo, appare più impegnata a chiarire un precedente contrasto con il fidanzato, con continui contatti o tentativi di chiamata, piuttosto che a prendersi cura dell’amica’’.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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