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Sanità: Cimo-Fesmed e Cida, urgente raccogliere appello del Nobel Parisi

Il presidente Quici, volontà e coraggio per superare crisi servizio sanitario nazionale

Di Redazione |

Roma, 4 apr. (Labitalia) – “L’appello lanciato in questi giorni da 14 scienziati guidati dal premio Nobel Giorgio Parisi, sulla grave crisi del nostro servizio sanitario nazionale, non può non passare inosservato perché non si tratta del solito documento redatto da una forza politica o da un’associazione o da una istituzione, ma da professionisti riconosciuti a livello internazionale che conoscono perfettamente le dinamiche che hanno portato alla grave crisi del nostra sanità”. A dichiararlo è Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione Cimo-Fesmed e vice presidente Cida. “In aggiunta – spiega – il recente rapporto della Corte dei conti dimostra, non solo la ridotta spesa sanitaria rispetto agli altri Paesi della Ue, ma evidenzia la maggiore crescita della spesa privata e le gravi difficoltà nel recupero delle liste di attesa. Una miscellanea che richiede interventi strutturali urgenti che non possono risolversi in azioni spot, molto spesso demagogiche e prive di una visione, ma interventi finalizzati ad assicurare il diritto alla salute di tutti i cittadini italiani. In sintesi, occorre uscire dalle ambiguità e dichiarare se si intende ancora investire in sanità oppure no; se la sanità pubblica dovrà essere necessariamente ridimensionata oppure no; se la sanità privata avrà più risorse oppure no; se le stesse saranno utilizzate per sostenere anche i costi sociali, oppure continuerà nella selezione delle prestazioni da Drg più convenienti; se la sanità integrativa sarà tale o se la stessa è sostitutiva dei Lea come avviene oggi. Il tutto nell’ambito di una riforma, quella dell’autonomia differenziata, che anche attraverso i Lep creerà meno equità e più diseguaglianze”. “Naturalmente – spiega – occorre dichiarare ufficialmente se si intende rilanciare l’offerta sanitaria oppure no, attraverso la riapertura dei posti letto e degli ambulatori chiusi in questi anni per consentire finalmente quella prevenzione secondaria e terziaria che soddisfi i bisogni di salute espressi e inespressi riducendo, di fatto, le cronicità e migliorando l’aspettativa di vita degli italiani. Quindi riapriamo i reparti e gli ambulatori delle aziende ospedaliere e magari chiudiamo quelle strutture ospedaliere inefficienti e poco sicure mantenute in vita da alcuni sindaci. E, ancora, stimoliamo il ritorno dei professionisti sanitari nelle strutture pubbliche attraverso concrete azioni di reclutamento ad iniziare dallo sblocco del tetto di spesa sul personale. Riconosciamo ai professionisti della salute il proprio ruolo, la propria autonomia professionale, il proprio valore anche economico. Basta con le ambiguità, occorrono azioni serie, strutturali e durature, azioni che se ben definite ed attuate avranno un costo certamente inferiore in termini di esiti di salute con importanti ricadute sul Pil nazionale. È solo una questione di volontà e di coraggio”.

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