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Catania

"Troppo facile colpevolizzare il cittadino, qui oggi rispettare le regole è un lusso"

L'antropologa Mara Benadusi: "Non si riduca la questione allo stereotipo del meridionale incivile e refrattario alle regole"

Di Pinella Leocata

Catania è una delle città in cui i contagi da Covid sono più alti e le vaccinazioni più basse. Perché? Forse a causa del “carattere” dei catanesi, refrattari alle regole, diffidenti, disinteressati alla comunità e sicuri di restare impuniti? A sollevare la questione, anche per ragionare sui motivi del degrado in cui versa la città andando al di là dell’emergenza contagi, è stato il direttore di questo giornale, Antonello Piraneo, nel suo editoriale di domenica scorsa che ha aperto un dibattito sul modo di essere dei catanesi e dei siciliani. Una provocazione per provare ad “accendere” la città sul momento che vive.

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Un tipo di approccio e un’ipotesi di spiegazione che la prof. Mara Benadusi, docente di Antropologia al dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Catania, ritiene errati perché fare riferimento al presunto “carattere” dei catanesi, ridurre la questione in questi termini, vuol dire ricorrere a stereotipi che coprono i reali motivi dei comportamenti dei cittadini. A suo avviso per affrontare la questione bisogna prendere in considerazione sia alcuni aspetti legati alla società, e alle pratiche sociali del contesto siciliano, sia alcune dimensioni strutturali quali le disuguaglianze sociali, i privilegi di classe e la distribuzione dell’assistenza medico-sanitaria.


«Lo stereotipo diffuso sui meridionali, che cerchiamo di contrastare, è quello della presunta arretratezza, dell’inciviltà dei meridionali, della loro refrattarietà alle regole, il loro aspetto contestativo, la presa di distanza dalle pratiche di cittadinanza. Questo tipo di lettura è da evitare perché tende a stereotipizzare una serie di fenomeni quali la maggiore resistenza a fare il vaccino, gli assembramenti, una certa cultura del sospetto rispetto alle norme che sono state proposte durante la pandemia. Fenomeni attribuiti a dei presunti tratti culturali che apparterrebbero al popolo siciliano come se fossero una sorta di Dna, una seconda pelle dalla quale non ci si può liberare e che giustifica questi comportamenti. Come dire: siamo fatti così, incivili, arretrati, senza senso civico, refrattari alle regole dello Stato, trasgrediamo i doveri civici e i legami con le istituzioni, anche sanitarie. Stereotipi che, se proposti dagli stessi meridionali, sono ancora più devastanti. Una lettura nociva e storicamente e antropologicamente errata che produce gravi effetti, una lettura che copre tutta una serie di questioni che stanno dietro questi comportamenti che sono più complesse e dovrebbero essere analizzate, prese in carico e risolte in una maniera sinergica».


Allora come si spiegano questi comportamenti? 
«I dati ci raccontano di una città fragilizzata da tutta una serie di fenomeni di lunga durata. Il primo è quello che riguarda i servizi pubblici, quindi anche l’assistenza sanitaria, i servizi territoriali, la tenuta del sistema pubblico degli ospedali locali. I dati della pandemia registrati a Catania dipendono da un collasso del sistema pubblico sanitario che in alcune città è stato maggiore che in altre. E chi ne fa le spese sono le classi sociali meno abbienti. Se ci sono assembramenti, se si lavora meno on line, è perché a Catania ci sono più disuguaglianze sociali, perché è più ampia la fetta di chi, anche in condizioni di restrizioni pandemiche, deve ricorrere ad espedienti per procurarsi i soldi per sfamare la famiglia. Ed è perché c’è un tasso di precariato altissimo e questo si traduce nel mancato rispetto dei vincoli legati alla pandemia. Se lo Stato o le strutture pubbliche non riescono ad offrire delle compensazioni in grado di rispondere al fabbisogno legato alla sussistenza, questo non può che spingere a quei comportamenti. Prima di colpevolizzare le persone bisogna dare le risorse per fare la spesa e si devono risolvere i problemi strutturali».


E aggiunge. «Diciamolo in modo più semplice: comportarsi bene è un lusso.  Per chi è garantito rispettare le regole è più facile, mentre in chi ha problemi gravi e si sente anche accusato di essere un incivile, un untore, esplode la rabbia. Se si incolpano i cittadini fragili non sorprende che questi si difendano rimandando indietro la colpa sullo Stato, sul politico di turno, sugli amministratori, sulla scienza. Non sorprende se avanzano il dubbio che la scienza ci racconti frottole. Che ci si aspetta da chi è stato criminalizzato durante tutta la pandemia se non che non si fidi più delle classi privilegiate, dei politici, degli scienziati e che cerchi risposte altre, altre responsabilità, che immagini complotti e crei una cultura del sospetto?».

 

E poi ci sono i problemi strutturali. La prof. Benadusi cita uno studio nazionale - condotto dal prof. Mulder, titolare della cattedra di Ecologia all’università di Catania - che mostra che le città dove l’industrializzazione è stata più massiccia, e non è stata compensata da politiche che abbattono l’inquinamento dell’aria, sono quelle in cui i picchi della pandemia sono stati più acuti. Questi dati ci raccontano di una Catania cresciuta senza regole, dove l’abusivismo edilizio è enorme, non ci sono spazi verdi, i tassi di inquinamento sono alti, e c’è una pessima gestione dei rifiuti. Fattori che aumentano i livelli di contagio. «A Catania abbiamo solo la Villa Bellini per cui la gente, anche con il Covid, si assembra in contesti trafficati e inquinati. Inoltre il vulcano è stato molto più attivo del solito e questo acuisce l’inquinamento dell’aria e ci rende più esposti al contagio». 


E però i catanesi si sono vaccinati poco.
«Si è puntato il dito sul cittadino incivile che non si vaccina in un facile processo di attribuzione di colpa. Ci siamo lavati le mani. Ma come è stata fatta la comunicazione del rischio? Come viene informato il cittadino medio? Come si sviluppa il senso comune rispetto alla pandemia? Quali categorie morali il catanese usa per categorizzare questo rischio? Descrivere il catanese con quella identità è un modo per creare l’untore. Non è una maniera serena di comunicare e di sgomberare il campo anche dal complottismo. Per fare bene comunicazione del rischio bisogna studiarla nel contesto locale e mettere insieme persone che hanno competenze diverse: epidemiologi, infettivologi, sociologi, antropologi, pedagogisti. Si sarebbero dovuti fare, come in altre città, dei tavoli di consultazione. Gli esperti si dovrebbero sedere attorno ad un tavolo, insieme alla società civile locale, per fare una campagna di comunicazione appropriata, un tavolo di lavoro che possa influire sulle decisioni pubbliche e sulle scelte politiche. Si può ancora fare e sarebbe anche un segnale di un’amministrazione intelligente».


«E si sarebbero dovute amplificare le occasioni d’incontro tra i cittadini e le istituzioni», continua la prof. Benadusi cita, a titolo di esempio, la situazione della scuola dei figli dove, come in molte altre istituzioni, per rispondere alla pandemia, sono stati tagliati i legami di mezzo, le intermediazioni, affidando - nel caso della scuola - una delega esclusiva ai rappresentanti di classe. «E questo ha creato il distacco delle famiglie, fraintendimenti e conflitti. E invece c’è bisogno di parlare di più, di fare più riunioni on line, più consigli di classe, più ricevimenti dei genitori. Di fronte a qualcosa che sconvolge la quotidianità, se vogliono tirare dentro le famiglie e i cittadini, le istituzioni pubbliche devono incrementare i contatti, non tagliarli. Perché se si tagliano la fiducia viene meno. Abbiamo risposto bene all’emergenza, ma ci siamo persi dei pezzi che riguardano la socialità, la costruzione delle reti di fiducia e i legami che sono tutte quelle pratiche che avrebbero reso meno diffusi i comportamenti di cui abbiamo discusso».  

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