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Catania

Agnese Vittoria, prima dottoressa transgender a Catania: «Ma resta una città ostile e presto andrò via»

Si è laureata qualche giorno fa in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’omotransfobia nella stampa nazionale e locale

Di Rossella Jannello

Ha conseguito la laurea, ma soprattutto ha chiuso un cerchio, continuando il suo difficile processo di individuazione. Di identità, insomma. Agnese Vittoria, 30 anni, si è laureata qualche giorno fa in Scienze della Comunicazione. La sua tesi, su “La rappresentazione sociale dell’omotransfobia sulla stampa nazionale e locale”, relatore il prof. Davide Bennato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, la dice lunga sul suo percorso personale. E poco importa se il presidente della commissione, nel proclamarla, abbia dovuto usare un altro nome, maschile, ancora apposto sui documenti ufficiali (per poi rammaricarsene subito dopo): lei è Agnese e Agnese si sente fin da quando era piccola.

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Dottoressa Agnese, che cosa ha scoperto attraverso la sua tesi?

«Intanto sono contentissima, affiancata dal prof. Bennato, di avere scelto questo argomento per la tesi per comprendere e far comprendere a tutti cosa accade nell'indifferenza generale. Parlo delle violenze e delle intolleranze omofobe qui in Europa e negli Stati Uniti, nonostante leggi e diritti sanciti. Dalle ricerche condotte su quotidiani nazionali e locali, e quindi sulla rappresentazione del fenomeno, mi sono resa conto che si procede essenzialmente per stereotipi».

Quali?

«Si parla di omotransfobia senza focalizzare l’attenzione sulle cause del fenomeno, della sua genesi. E la narrazione è sempre relativa a casi di cronaca dove si procede appunto per stereotipi relativi a malattia, prostituzione, droga, vizio, rivendicazione di diritti che vengono ritenuti lesivi dei valori della famiglia tradizionale e degli unici due generi possibili, femminile e maschile. Quando non si parla dell’omotransfobia solo in occasione del Gay Pride, mostrando una festa apparentemente senza senso. Penso che alla base del fenomeno ci sia anche una mancanza di strumenti da parte di chi scrive, condizionato da preconcetti culturali». 

E nella sua realtà come vanno le cose?

«All’università nulla da dire. Ottimo rapporto con docenti, colleghi e personale amministrativo. Nel 2015 ottenni anche un libretto alias, che riportava cioè il mio nome femminile. L’Ateneo ha accolto il mio disagio davanti a quel libretto col nome maschile: a ogni esame provavo un grande imbarazzo a essere chiamata davanti a tutti. Alcuni passaggi ufficiali non si sono potuti evitare, ma vabbene così». 

Fuori dall’Ateneo?

«Un’altra storia. Già quando arrivai a Catania dal mio paese per frequentare l'università nessuno voleva affittarmi una stanza. Al telefono, mi dicevano che il posto era libero ma quando mi vedevano, dicevano che non c’era posto.  Ma non è solo questo. Ho sperimentato sulla mia pelle come Catania sia sostanzialmente un posto ostile per chi è come me una transgender. Avevo paura a uscire e diverse volte sono stata molestata pesantemente. E la cosa che mi faceva più male era che spesso le forze dell'ordine non mi difendevano e consideravano pretestuose le mie segnalazioni. Ho fatto tante battaglie legali è in qualche caso mi hanno dato ragione, infine. Ma Catania rimane una città ostile anche da parte delle istituzioni».

E oggi?

«Oggi, alcune cose sono migliorate. Ma resta ancora tanto da fare. E lo stereotipo mi perseguita, impedendomi di realizzarmi al cento per cento. Qui non riesco a essere rispettata per quello che sono. Per questo credo che lascerò Catania per iscrivermi alla Magistrale in filosofia a Milano, alla Statale o alla Iulm. E continuare anche a coltivare lì la mia passione per il mondo del cinema, mi piacerebbe fare l'attrice o la regista. Ma la filosofia la ritengo importantissima per sviluppare quel senso critico la cui mancanza è uno dei problemi della società attuale».

 

 

In questi anni, come è cambiata Agnese Vittoria?

«Ho fatto e sto facendo un percorso personale che mi porterà credo all’essere totalmente donna. Ma devo essere pronta e intanto rifiuto qualsiasi etichetta, contro una medicalizzazione stereotipata del percorso. Ora come ora, sto bene come sono, in questa fase che definisco androgina. E anche i miei genitori, che pure non sono mai stati omofobi, per fortuna, hanno fatto un loro percorso. E alla seduta di laurea, per la prima volta forse, hanno visto davanti a loro finalmente solo la loro figlia. Senza se e senza ma».

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