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Catania 2004, quando i Santapaola e gli Ercolano si facevano la guerra: la sentenza che fa luce sugli omicidi della faida

Il gup Barone ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna di sei affiliati al clan etneo coinvolti a vario titolo

Di Laura Distefano |

Cosa nostra nel 2004 a Catania è in guerra. Una faida intestina tra Santapaola ed Ercolano per ottenere il controllo criminale ed economico della mafia etnea. In pochi giorni la città piomba nel clima degli anni Novanta, quando i morti ammazzati superavano i cento l’anno. La scia di sangue è partita il 24 aprile 2004 con l’attentato (fallito) ad Alfio Mirabile, l’uomo che all’epoca faceva le veci di Antonino Santapaola (il fratello del capomafia Benedetto, da poco deceduto al carcere di Opera, ndr). L’agguato a Mirabile (poi morto nel 2011 in una clinica) scatena la reazione dei carusi di Monte Po, che immediatamente cercano vendetta. E uccidono Salvatore Di Pasquale, chiamato nella mala “Giorgio Armani”. Sono i collaboratori di giustizia a dare una svolta alle indagini partite immediatamente dopo l’omicidio avvenuto il 29 aprile davanti a un camion dei panini nel rione di Trappeto nord. Ma è il killer Dario Caruana, dopo la condanna in primo grado, a raccontare minuto per minuto le fasi del delitto. Il pentito oltre ad accusare se stesso e incastrare il co-imputato Salvatore Guglielmino “’u picciriddu” fa i nomi dei componenti del commando di fuoco. 

Il gup Luigi Barone ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna a 30 anni dei componenti del gruppo di fuoco: Marco Strano, Luigi Ferrini, Angelo Pappalardo e Pietro Privitera. L’omicidio «è scaturito dal tentato omicidio di Alfio Mirabile – racconta Caruana – che fu attinto da colpi di arma da fuoco il 24 aprile 2004. Noi ci siamo subito organizzati per capire il responsabile dell’attentato». 

Di Pasquale avrebbe avuto la colpa di fare lo spavaldo e plaudire all’agguato nei confronti di Alfio Mirabile, legato da un rapporto di parentela con Nino Santapaola (il fratello Francesco Mirabile è sposato con la sorella della moglie del capomafia scomparso). “Giorgio Armani”, quindi, diventa il bersaglio di Caruana, che nel frattempo ha preso le redini del clan mafioso. In un primo momento si prova ad attirare la vittima per interrogarlo; poi, sfumata l’occasione, si decide di farlo fuori. «Il nostro gruppo era formato da me, Turi Guglielmino, Luigi Ferrini, Angelo Pappalardo, Pietro Privitera e Marco Strano. Siamo partiti con tre macchine tutti armati tranne Ferrini». Guglielmino spara ma «la pistola si inceppa – spiega ancora il pentito – sono intervenuto io a finire la vittima». Accade però un contrattempo. Pappalardo «si sporge dalla macchina ed esplode un colpo di pistola che attinge Pietro Masci – rivela Caruana – che si trovava sul posto incolpevole». 

Quando la notizia della collaborazione del boss di Monte Po arriva sulla stampa, assieme alla sue dichiarazioni, i citati decidono di bussare alla procura e confessare tutto. Marco Strano (poi passato alla fine del primo decennio del 2000 con i Cappello-Carateddi), il cognato Pietro Privitera, Angelo Privitera e Luigi Ferrini. Mentre i primi tre – più o meno – dipingono un quadro quasi coincidente a quello di Caruana, Ferrini confessa di essere stato in una delle auto ma respinge ogni responsabilità in merito all’omicidio, anche se ammette di essersi disfatto delle pistole usate per uccidere Di Pasquale. «Li ho accompagnati solo per compagnia – spiega al pm Rocco Liguori – sono colpevole solo di essermi trovato al posto sbagliato al momento sbagliato». Ma per il gup la sua è una versione singolare e «poco credibile». «Illogica sarebbe la decisione di consegnare le armi utilizzate al Ferrini», mette nero su bianco il giudice Barone. Non dimentichiamo che Luigi Ferrini è coinvolto nel recente blitz Agorà e per la Dda etnea Antonio Tomaselli, “penna bianca”, prima del suo arresto nel 2017 nell’operazione Chaos gli avrebbe affidato la responsabilità dei paesi.

Ma torniamo alla motivazioni della sentenza: «È  pacificamente dimostrato che l’omicidio di Salvatore Di Pasquale si inquadra nella faida tra le due articolazioni di Cosa nostra etnea facenti capo ad Alfio Mirabile e Antonino Santapaola da una parte e ad Aldo Ercolano dall’altra». 

Ed è nello stesso scontro mafioso che sarebbe maturato l’omicidio di Michele Costanzo, ammazzato il 3 maggio 2004 alla zona industriale di Catania da due sicari a bordo di una moto, per «l’accaparramento del lucroso affare Mdl (nel settore spedizioni)». Per questo delitto è stato già condannato – incastrato dai residui di polvere da sparo trovati sul caso e dalle rilevazioni di molti pentiti – con sentenza definitiva all’ergastolo il boss di San Cocimo Lorenzo Saitta, “Salvuccio ’u Scheletro”. Ma Dario Caruana allarga l’orizzonte e spiega alla magistratura di aver ricevuto la confessione di Arnaldo Santoro (definito cugino di Saitta da Caruana) che chiama in causa anche l’uomo d’onore Maurizio Zuccaro, cognato di Enzo Ercolano (figlio del defunto Salvatore).

«Gli Ercolano volevano con prepotenza scalzare» i Mirabile, scrive Barone. Per il gup, infatti, Zuccaro sarebbe stato «animato dalla stessa logica» criminale. E inoltre a quell’epoca il mafioso era agli arresti domiciliari e «quindi in condizione di gestire gli affari di Cosa Nostra con una certa libertà operativa».  COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA