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L'UDIENZA

Dalla casa discografica agli appartamenti, il boss di Picanello rivuole il suo “tesoro”

Al processo sulle misure di prevenzione, la difesa di Giovanni Comis passa al contrattacco per dimostrare la provenienza lecita dei beni sequestrati

Di Laura Distefano |

Non manca mai un’udienza. Il boss di Cosa nostra di Picanello, Giovanni Comis, da diversi mesi a piede libero, ha partecipato anche ieri al procedimento dove si deciderà sul provvedimento patrimoniale del piccolo tesoro imprenditoriale e immobiliare, eseguito lo scorso anno dai carabinieri su decreto del Tribunale, sezione Misure di Prevenzione. La difesa – rappresentata dagli avvocati Salvo Pace e Francesco Antille – è passata al contro-attacco portando una serie di testimonianze. E ieri sono stati esaminati alcuni testi che servono a smontare la tesi accusatoria circa la provenienza illecita dei proventi investiti nei beni oggetti della misura reale. E che potrebbero anche essere confiscati.  

C’è da dire che una parte del patrimonio è già stato oggetto di sequestro penale nell’operazione Picaneddu. Lo scorso ottobre infatti Comis è stato condannato dal gup a 3 anni  per i reati di trasferimento fraudolento di valori e autoriclaggio proprio nell’ambito di quell’operazione. 

Le indagini dei carabinieri sono il nucleo centrale della misura di prevenzione. Compendiate anche dalle dichiarazioni di diversi collaboratori, a partire dall’ex soldato di Picanello Antonio ‘gennarino’ D’Arrigo. 

Gli approfonditi accertamenti patrimoniali svolti dai carabinieri hanno consentito di far emergere «come, almeno dal 2008, Comis e il nucleo familiare di appartenenza abbiano tratto i propri mezzi di sostentamento da redditi di provenienza illecita (grave è risultata la sperequazione reddituale)». Beni che «sulla base degli accertamenti svolti dai militari, sarebbero stati acquisiti in assenza della necessaria copertura economica-finanziaria, ma con proventi derivanti dall’illecita attività svolta» dal 60enne. 

Il patrimonio

Il patrimonio sequestrato  è stato stimato dagli inquirenti in   oltre 2,5 milioni di euro. È sotto amministrazione giudiziaria la casa discografica “Q Factor Records s.a.s.” (già oggetto di sequestro penale nell’ambito dell’operazione Picaneddu), intestata ad uno dei figli del boss e utilizzata da noti cantanti neomelodici, il terreno e una palazzina, in fase di completamento, costituita da 12 unità immobiliari  in via Caduti del Lavoro, formalmente intestati ad una società operante nel settore dell’edilizia, un’abitazione sita in Augusta contrada Costa Saracena (Siracusa), all’interno di un villaggio turistico, intestata alla moglie di Comis. Si torna in aula il prossimo 22 marzo. Il boss sicuramente sarà presente all’appelloCOPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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