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Cronaca

Santiago? No, Magna via Francigena di Sicilia il cammino è (anche) qui

Si deve a una donna, la regina Costanza d'Altavilla, madre di Federico II se oggi è stato possibile riscoprire le Vie Francigene di Sicilia grazie alla passione dell'archeologo messinese Davide Comunale

Di Carmen Greco

 

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Se quest’anno gli appassionati di turismo a piedi rinunceranno (com’è probabile) a fare il cammino di Santiago, un’alternativa c’è e si trova a due passi da casa. Due passi in linea d’aria, ma chilometri in fatto di conoscenza, quella che manca sulla rete di strade che nei secoli, dai Romani in poi, attraversano la Sicilia. Strade che ha riscoperto Davide Comunale, archeologo messinese trapiantato a Roma per lavoro, studioso del periodo medievale con il pallino di riportare alla luce il «sistema venoso» - come lo chiama lui - della viabilità siciliana.
 

Una passione nata con gli scout, cementata nella parrocchia di San Giacomo (quella che frequentava da ragazzo a Messina) e passata inevitabilmente dal Cammino di Santiago (sempre San Giacomo è) percorso nel 2007 per affrontare «lo stress dell’emigrante», dopo il suo trasferimento nella Capitale. «Tornato da lì - racconta - ero talmente entusiasta di una cosa che mi aveva obiettivamente cambiato la vita che mi sono domandato se in Sicilia potesse esserci qualcosa di simile. Ho guardato la cosa dal mio punto di vista, quello del ricercatore archeologo che si occupa di paesaggio e di medioevo. Mi sono messo a cercare cosa ci fosse al tempo di Santiago in Sicilia, mi sono chiesto camminavano pure qui i pellegrini? C’era una viabilità, si poteva ricostruire? Così ho iniziato uno studio sul sistema di viabilità siciliano a partire dai Romani fino alle regie trazzere dell’Ottocento. Fino a quando con un gruppo di amici abbiamo smesso di pensare che potesse essere solo un’idea scientifica e abbiamo deciso di “provarle”. Di scritti sulla viabilità in Sicilia ce ne sono tantissimi a partire da Michele Amari che nell’800 tradusse dall’arabo il libro di Edrisi a centinaia di docenti e studiosi che hanno scritto e parlato della viabilità ma nessuno s’era mai preso uno zaino in spalla per andare a vedere se esistessero ancora».

 

E che Sicilia avete trovato?
«Il problema di fondo è che i Romaniqui non hanno lastricato le strade. Le strade ci sono, ci sono i codici degli itinerari, perfino i disegni negli “itineraria picta”. Ce n’era una da Messina a Palermo fino a Marsala, una da Marsala a Siracusa che poi ritornava a Messina, una da Palermo ad Agrigento che che al tempo era la via Aurelia di un console siciliano Aurelio Cotta costruita per consentire ai Romani di conquistare Palermo contro i Punici e ce n’era una che da Catania andava ad Agrigento e tagliava la Sicilia dall’interno. Dopo il crollo dell’impero romano queste strade andarono un po’ in disuso e solo nel Medioevo furono riattivate, abbiamo tracce di viaggiatori arabi che parlano di Tarik Al-Askar, la via degli eserciti. I Normanni che colonizzarono l’isola dal 1060 le adottarono tutte nel loro sistema viario, e sono quelleo che oggi chiamiamo Vie Francigene (dai Franchi). Ma si deve a una donna, Costanza d’Altavilla, la madre di Federico II, il merito di averle testimoniate. Durante la sua reggenza fece stilare dalla cancelleria di Palermo l’elenco dei beni in possesso della corte. Nel fare ciò vennero fuori una serie di regali (“diplomi”) che i nobili erano soliti fare alle varie diocesi indicando in maniera molto precisa i confini dei territori. Certo, usavano come riferimenti un grande albero o la cresta dei monti, ma in alcuni di questi diplomi appare per 4 volte la dicitura Viam Francigenam, con degli appellativi “Magna” nel caso di Castronovo, “Fabariam” nel caso di Vizzini-Grammichele, Mazarensis nel tratto che collega Mazara con Marsala e “via Francigena” nel caso di Milazzo». 


Oggi su quelle strade avete realizzata quattro percorsi... 
La prima strada è la Palermo-Agrigento lanciata nel 2017. È la Magna Via Francigena, la più conosciuta in Italia, 186 km che coinvolgono 20 comuni della Sicilia centro occidentale. Il secondo percorso è sulla Palermo-Messina, è quello che va per le montagne, 370 km, tocca quasi 40 comuni e riguarda tutto il sistema dell’appennino siciliano Madonie-Nebrodi-Perloritani o viceversa. Gli altri due percorsi sono la Via Francigena Fabaria che da Gela lascia l’antica via Selinuntina e punta all’abbazia di Santa Maria di Maniace, ai piedi dell’Etna. Il percorso in sè è di 320 km e dura due settimane di cammino toccando 25 amministrazioni comunali. È tutto segnalato dobbiamo fare il collaudo quest’estate. Doveva partire a marzo 2020 ma il Covid ci ha bruciato. Il quarto percorso, secondo me il più bello come tutti i figli che arrivano per ultimi, è la via Mazarense da Agrigento a Mazara e da Mazara a Palermo. È stata già tracciata, percorsa, mappata con il gps, dobbiamo finire la tracciatura e risolvere dei problemi tecnici non non creati da noi nella zona del Parco archeologico di Selinunte. L’accesso al parco ha un ingresso principale e uno, mai inaugurato che è una sorta di cattedrale nel deserto, Ci sono i tornelli, ma il Parco non ha personale e quindi non sono utilizzabili. Possiamo entrare ma non uscire ed è una delle cose che stiamo cercando di risolvere con un tavolo di servizio con gli amministratori locali e il Parco. Se si risolve questa cosa la Mazarense è prontissima».

Com’è stata accolta l’idea dei cammini sulle Vie Francigene dalle Amministrazioni locali?
«Il progetto l’abbiamo proposto nel 2015 dopo sei anni di studio, ma quello che è stato fondamentale è stato il “racconto” delle Vie Francigene. Nei paesi, nei piccoli borghi non le conoscevano. Non tutti ci hanno subito capito, ma le amministrazioni più piccole, che avevano poco da valorizzare e molto da scommettere, hanno accolto positivamente la nostra idea».
 

Un esempio?
«Prizzi. Ogni due settimane una famiglia se ne va e l’unico turismo che avevano era quello dell’emigrante. Oggi seguendo il fil rouge della Via Francigena si sono creati fra B&b e case che accolgono, 60 posti letto».

Avete risvegliato una nuova economia sul territorio...
«È come se avessimo ricollegato i fili di una macchina che si era fermata tanto tempo fa. Noi abbiamo ridato una scossa. Per esempio a Corleone, l’amministrazione era assente ma s’è formato il Comitato d’accoglienza (i Comitati d’accoglienza sono gruppi di persone che non fanno parte dell’Associazione presieduta da Comunale ma che liberamente vogliono contribuire a valorizzare il loro territorio ndr). Così c’è chi ha messo la casa a disposizione per accogliere i camminatori, chi ha contributo con la pulizia del paese, chi ha pitturato, chi ha abbellito la strada...».

La sensazione personale più forte?
«Lo stupore. Vedere che quello che dicevano i “diplomi” si convertiva in tracce reali sulle regie trazzere e che all’80 per cento corrispondeva al sistema della viabilità della Sicilia. Quelle strade c’erano sotto i nostri piedi, a volte ricoperte dall’asfalto, altre no, ma erano ancora lì dopo secoli. Mi sono sentito un po’ il custode di queste vie dimenticate».

c.greco@lasicilia.it 

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