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Cultura

Brown, scatti dell'anima. «Fotografo la vita vera» 

Alle Ciminiere di Catania in mostra  fino al 30 aprile 220 immagini del fotoreporter globetrotter che oggi realizza reportage con l’iPhone

Di Pina Mazzaglia 

La Galleria d’Arte Moderna della Ciminiere di Catania ospita “Michael Christopher Brown - I/Reporter”, una sorprendente retrospettiva, curata da Ezio Costanzo per Fondazione Oelle Mediterraneo Antico, dedicata a uno dei più importanti fotoreporter internazionali. La spettacolare opera, per la prima volta in Italia, è costituita da 220 fotografie realizzate in più parti del mondo e qui accompagnate dall’installazione sonora del sound artist Michele Spadaro. 

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Michael Christopher Brown, tra i più apprezzati fotoreporter internazionali, dal 2017 è stato membro effettivo della Magnum. Fotografo professionista, la sua passione per la fotografia nasce tra i banchi di scuola. Oggi lavora quasi esclusivamente con l’iPhone, mezzo alternativo, che gli permette di narrare i luoghi più struggenti del mondo con semplicità. I lavori, alcuni recentissimi, in mostra a Catania fino al 30 aprile 2022, documentano un’intensa attività, sempre improntata alla sperimentazione, cui Brown si dedica con esiti sorprendenti e di grande rilevanza.

Lei è considerato il simbolo del fotoreportage contemporaneo. A cosa deve tutto questo?
«Fin dai primi inizi della mia carriera, mi sono posto l’obiettivo di rimanere attivo all’interno della comunità con cui mi confronto, impegno che mi ha permesso di essere in grado di scambiare opinioni e concetti con i colleghi di tutto il mondo. La svolta è coincisa con l’esperienza in Libia. Ovviamente, tutto questo è stato facilitato dall’uso di piattaforme digitali e canali social».

 


È entrato nell’inferno della rivoluzione libica. Quali sono state le sue emozioni? Come si è confrontato con il sentimento della paura?
«L’idea di recarmi in Libia per documentare la guerra è nata da una base emotiva. Quando è scoppiato il conflitto mi trovavo in Cina. Ricordo l’emozione di quel momento e la necessità che mi ha obbligato ad andare per documentare i fatti e tutto l’orrore esploso in quella terra. Una volta sul luogo, però, ho dovuto superare molti imprevisti, come quello di rimanere senza l’attrezzatura fotografica, gravemente danneggiata durante uno scontro. E proprio in Libia mi trovai di fronte alla morte alcune volte. Certo, la partecipazione emotiva c’è tutta, ma ho anche imparato a gestire le situazioni che mi spaventano e arrivare, in qualche modo, preparato».
Fotografa la guerra con l’iPhone. Perché questa scelta?
«Undici anni fa, quando ho perso la mia attrezzatura, iniziai a sperimentare scenari nuovi con questo tipo di tecnologia e il beneficio che ne ottenni è stato quello di entrare nella narrazione in modo discreto. Così è stato più semplice accostarmi all’interno della scena, avvicinarmi alle persone, vivere gli ambienti, senza necessariamente esibire la fotocamera che, inevitabilmente, viene vista come un mezzo indiscreto, invadente». 

 


Qual è stato l’ostacolo più difficile da superare?
«Due anni fa, durante uno dei miei reportage, dove ho subito un trauma con delle conseguenze psicologiche e uno stress post traumatico che non mi aspettavo. È stato uno shock che mi ha particolarmente colpito e segnato parecchio. Piano, piano, sto ancora cercando di riprendermi. La mia professione è una maratona dove cerchi di dare il meglio, di migliorare te stesso, a volte mettendo in pericolo la stessa vita». 
A quale progetto sta lavorando attualmente?
«Beh... in questo momento sto facendo il papà (...). Il mio ultimo progetto comprende lo studio di una nuova tecnologia, gli Nft, non-fungible tokens. È una piattaforma, un nuovo internet, basata su tecnologia blockchain, dove i creativi, anche da soli e senza l’aiuto di strutture o istituzioni, possono tranquillamente esporre i loro prodotti tramite tecnologia Nft. Chiaramente rimango sempre attivo fotograficamente. In questo ultimo periodo sono più che altro concentrato nella zona di Los Angeles dove abito e ho la famiglia. Ho trovato interessante l’aspetto urbano della città, i quartieri e la periferia, gli edifici, i paesaggi antropizzati». 
Qual è la sua prossima tappa?
«Prossimamente mi recherò in Palestina. Sarà quello il mio prossimo viaggio». 

 

 

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