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Editoriali

La violenza che nasce dai disvalori delle famiglie

Di Silvana Grasso

Caino e Abele, Eteocle e Polinice, Uranos Cronos Zeus, Agamennone e Ifigenia, Agamennone e Clitennestra, Eracle e Deianira, Oreste e Clitennestra, fratelli che uccidono i fratelli, figli che uccidono il padre, la madre, padri che uccidono i figli, mogli che uccidono i mariti: violenza. Violenza nella religio come nel mito, ma una violenza ispirata e legittimata da un denominatore solenne : il dio, gli dei, che comminavano punizioni esemplari nei confronti dei nati uomini dunque mortali dunque di nessun valore. Solo uomini, microbi-umanoidi, rei di protagonismo, ghigliottinati da quell’invidia-rabbia degli dei che, senza esitazione né pietas, punivano con inimmaginabile ferocia il reato di lesa maestà e riconducevano l’uomo che avesse osato sfidare l’imperio, horribile dictu, entro il recinto del suo nanismo della sua debilità, della sua mortalità. 

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Dunque una violenza di matrice “culturale” assai ben diversa dall’insana ferinità attuale, dalla libido necandi che non ha matrice se non nel sottoscala della mistificazione che il web, i social, consentono a qualunque bullo in cambio di pochi euro al mese.

Un eldorado dove fingere e fingersi è la password più sicura per essere qualcuno nella terra di nessuno, per essere “eroe” di un post, un video, una storia, là dove fingersi è assai più che essere, là dove una foto ad arte ritoccata permette, solo con un paio di click - trasforma e salva - di truffare chi, dipendente da instagram o altro social, cieco vaga nella giungla della rete, dimenticando se stesso, chi è chi è stato e, persino, dimenticando il padre e la madre, ove mai si siano davvero conosciuti, i più solo incontrati dietro la porta del cesso alle 7 di mattina, forse ogni mattina. 
Il padre, la madre, cancellati in nome di una indipendenza fasulla, fake come la foto truccata a cavalcioni di una moto Kawasaki 750, opera di un fasullo ipertrofico fotomontaggio. 
In questa pericolosissima “legione straniera” si sono arruolate le due ultime generazioni, adolescenti orfani di un padre, di una madre, entrambi tatuati, qualche volta total-body, entrambi webnauti d’incrollabile fede, entrambi pornonauti, aspiranti influencer, entrambi vagabondi erosnauti alla ricerca di sesso online da consumarsi in videochat, mentre il coniuge, nella stanza accanto, spadella pollo fritto chattando con l’amante virtuale o spaparanzato sul divano come un broccolo sfiorito segue l’immancabile partita di calcio, dimentico di tutto.
 Due generazioni d’anglofoni improvvisati che scrivono solo per sigle - OMG (Oh My God) IMHO (In my Humble Opinion) - ammazzano innocenti gloriose vocali - Cmq (comunque) - amputano nomi di venerabili santi: Ale(ssandro) France(sco) Fede(rica) Anto(nino) Ludo(vico), comunicano solo per emoticon proposti dagli stessi social che ne accelerano ulteriormente la necrosi del linguaggio, mandano al rogo la parola che non serve più. Basta una faccina.
 Dalla beat generation alla bullo generation parla il cazzotto, il serramanico , il tirapugni di ferro. 

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