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Editoriali

Le madri che uccidono i figli e quelle trame tribali che il progresso non arresta

La sacca di arretratezza che neppure una tragedia greca e il suo mitico racconto può rendere meno squallida

Di Roberto Cafiso*

C’è sempre il rischio di enfatizzare il mito di Medea, una megera psicopatica tracciata da Euripide come un’infanticida spietata pur di perseguire i suoi scopi di passionale vendetta. Ma gli omicidi dei figli in fondo sono una maledizione che l’umanità ha ricevuto molti secoli fa, da un dio spietato che ha inteso scindere l’innaturale dall’accudimento materno, il prevalere della forza dalle passioni di donne in grado di trucidare il frutto del concepimento. 

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Delitti premeditati, nient’affatto motivati dal classico raptus, momento medico legale salvifico. Le perizie, la seminfermità, l’incompatibilità col regime carcerario, sono spesso la cartina tornasole di una Giustizia piena di dubbi, cauta sino alla paralisi, dove il reo confesso può trovare chance per evitare la pena detentiva classica grazie talvolta ad una schiera di scaltri novelli “dottor Pettola” e “dottor Duplica”, nelle prime edizioni de “l Promessi Sposi” raffiguranti il celebre avvocato “azzeccagarbugli” di Lecco.

Tutti hanno diritto a una difesa, non ci piove, ma la società ha a sua volta il diritto della certezza della pena specie per certi omicidi efferati. Occorre solo stabilire un equilibrio tra le due esigenze. Una madre uccide sua figlia e poi inscena un traballante depistaggio che si disgrega dopo poche ore sotto la pressione degli inquirenti. Nessun estraneo, nessun rapimento, nessuna trama da thriller di cui a volte certuni si infarciscono prediligendo le serie tv più sinistre.

Menti non di rado psicolabili che enfatizzano, innamorandosene, un dettaglio e ne dimenticano altri più fondanti, perché la loro suggestione li porta a dare priorità alla loro inventiva, gettando nero di seppia sugli investigatori che invece hanno un quadro ragionato dei fatti e si muovono per logica.

I figli sono soppressi nella maggior parte dei casi per rappresaglia, ripicca contro qualcuno, magari il padre o la madre. Perché la priorità a certe giovani età non è affatto il maternage ma la propria gelosia, la propria femminilità umiliata magari da una nuova compagna del partner, sovente molla di una reazione inconsulta e mai per amore dell’altro, ma per lo sfregio che si subisce nei confronti di una rivale. Trame tribali dalle quali non ci siamo liberati, come se i nostri antenati ci soffiassero ancora sul collo. 

Non esiste un mondo di buoni e di cattivi, di virtuosi e degeneri: è bene non scordarlo mai. Esiste un mondo variegato dove al progresso culturale fa da contraltare la sacca di arretratezza che neppure una tragedia greca e il suo mitico racconto può rendere meno squallida.

* Direttore Dip. Salute Mentale Asp Sr
 

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