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Editoriali

Non si può vivere di solo Recovery

Servono coraggio e fantasia. Coraggio che non diventi azzardo, fantasia che non sconfini nell’utopia. 

Di Antonello Piraneo

«C’è il fondato timore che molte regioni del Sud, e la Sicilia fra queste, non ce la facciano». Non ce la facciano a ripartire nonostante i miliardi del Recovery e quindi neanche a (ri)costruire un comune sentire che aiuti la coesione sociale nelle nostre città bifronte, zone residenziali e periferie che mai s’incontrano. Anche se appena sussurrata, questa previsione che suona come una condanna perché proviene dagli economisti più rigorosi, comincia a circolare.

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Uno scenario fosco che va addirittura oltre la visione ormai consunta di un Paese a due velocità, dove c’è chi traina e chi si accoda, ma che proprio spezza l’Italia in due, anche nei modelli e negli orizzonti, la Lombardia e la Baviera, la Sicilia e la bulgara Severen Tsentralen. L’ex ministro Gualtieri, in corsa per il Campidoglio, ha giustamente messo le mani avanti: «Se non ripartisse Roma, il progetto di una “nuova” Italia resterebbe incompiuto». Figurarsi se dal convoglio in marcia si staccasse mezzo Paese. 

Comunque le avvisaglie più sinistre non sono scritte tra le righe di studi sofisticati, piuttosto sono plasticamente riscontrabili nelle mense del volontariato diocesano o laico, frequentate dai “nuovi poveri”: ex borghesi piccoli piccoli ma dignitosi nella loro vita in bianco e nero che stentano alla quarta settimana del mese; lavoratori sui quali sta per chiudersi l’ombrello del blocco dei licenziamenti; precari stabilmente tali; operai faidate cui non sono sufficienti i “ratteddi”; famiglie che si reggono sull’economia degli affetti, ovvero sui risparmi dei nonni, confidando nella loro pensione e in una loro quarta età. 

Non è certo per caso che le famiglie siciliane seguite stabilmente dalla Comunità di Sant’Egidio - main sponsor del ddl contro la povertà in fase di rapida (hip hip urrà) approvazione all’Ars - siano passate nella stagione della pandemia da 1.500 a oltre 7mila, a conti fatti almeno 30mila persone. Bastino questi numeri per dare il senso delle dimensioni della slavina che rischia di travolgerci. 

 Ora, atteso che toccare ferro non fa mai male, bisogna chiedersi cosa è lecito attendersi, al di là dei riti scaramantici, affinché l’ipotesi di un Sud incapace di farcela - domani e quindi almeno per i vent’anni a venire - resti un preoccupato sussurro e non una verità urlata. Aspettiamo i miliardi del Recovery, certo. E con essi una rete infrastrutturale che porti infine a dirimere il nodo del Ponte.

Ma poi, anzi prima? Non si può delegare tutto a Draghi e alla sua cabina di regia, all’Europa già cinica e cieca, perché vivaddio in democrazia ci sono ancora corpi intermedi e diversi gradi di governo. Ed è qui che servono coraggio e fantasia. Coraggio che non diventi azzardo, fantasia che non sconfini nell’utopia. 

E dunque coraggio nello sbloccare le almeno diecimila pratiche di sanatoria edilizia bloccate dal 2013 (per non dire di quelle relative ad altri condoni), senza fare dell’abuso un ammortizzatore sociale ma accelerando e intensificando i controlli. Fantasia nel riformare i trasferimenti agli enti locali - gli 11,1 miliardi di risorse nazionali del 2008 oggi sono di fatto annullati e il miliardo di fondi regionali è sceso sino a fermarsi ai 330 milioni del 2021 - stanziando somme adeguate per evitare che i servizi diventino privilegi: anche questo è debito buono. Coraggio nella conduzione di un’azienda, senza abdicare al ruolo sociale proprio dell’imprenditore. Fantasia nel darsi nuovi modelli e non limitarsi a tagliare per poi giungere inerzialmente al capolinea di cicli produttivi. Coraggio nella contrattazione collettiva, fantasia sul lavoro.

Serve coniugare al presente i verbi “fare”, “reagire”. Serve che accada sotto casa, come pure a Palermo e a Roma. Altrimenti ci accontenteremo di aprire le porte di questa terra già bellissima ai nuovi ricchi. E lo faremo da soli, senza avere al nostro fianco neanche i nostri figli, andati a studiare e a lavorare in un altrove chissà quanto distante. 

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