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Dai decori del carretto ai frigoriferi per D&G: così Alice Valenti rielabora la tradizione

E' una ricercatrice dell'arte figurativa siciliana che, dopo una laurea a Pisa, è tornata a Catania per avviare il suo futuro nella bottega del maestro Domenico Di Mauro di Aci Sant'Antonio

Catania - La parola che pronuncia di più è “visione”. Lei che la “vision” l’ha avuta sul suo mestiere di pittrice-artigiana, quando fresca di laurea a Pisa tornò a Catania e, per uno strano incrocio del destino, mise piede nella bottega di carretti siciliani del maestro Domenico Di Mauro, ad Aci Sant' Antonio assorbendo e incamerando i segreti dell’arte decorativa popolare. Oggi è una delle pochissime donne artiste ereditarie di questo “sapere” ma come tutte le eredità, ad un certo punto bisogna scrollarsele di dosso e farle proprie, cosa che lei ha fatto, reinterpretando l’estetica tipica dell’iconografia siciliana con una modernità da designer.


La sua è una strada radicata nel patrimonio identitario della Sicilia che ha saputo trasformarsi, pur mantenendo memoria storica dell’arte delle maestranze locali. Un modo per tutelare quella capacità creativa che si sta perdendo, man mano che i grandi vecchi dell’artigianato se ne vanno o vengono ostacolati - vedi l’esempio dei maestri d’ascia del cantiere Rodolico ad Aci Trezza - dalla burocrazia ottusa. Impegnata nel sociale e combattente per carattere, Alice Valenti-Bradamante (la paladina-guerriera di Carlo Magno innamorata di Ruggiero e una delle poche donne dell’Orlando Furioso a non essere né salvata, né inseguita da un uomo) ha un sorriso che illumina come i colori brillanti delle sue “ruote” di carretto. Per capire quanto la sua arte abbia rivoltato come un calzino l’epopea dell’opera dei pupi basta guardare la serigrafia dei due paladini che si baciano.
«Il fatto che nel tempo si sia veicolata all’estero un’immagine kitsch e folcloristica della Sicilia è un problema di noi siciliani. Adesso che la Sicilia è diventata molto di moda si assiste un po’ ad un reinventarsi generale, ma nella realtà la sostanza c’è, ed è un’opportunità e un orgoglio di molti che la portano avanti in maniera seria».


E lei è una di questi...
«Quando frequentavo la bottega del maestro Domenico Di Mauro, mi rendevo conto di essere accanto ad una persona che aveva fatto la storia del carretto. La mia aspirazione era quella di perpetuare questo tipo di tradizione e sono rimasta lì per 5 anni. Poi ho affittato un laboratorio, ho cominciato a fare le mie cose ma sempre nel solco della tradizione, la necessità di reinterpretare è venuta man mano».


Oggi la tradizione dove vive?
«I tempi sono cambiati e questo è un dato di fatto che non si può ignorare. Realtà come quella del mio maestro non ci saranno più, ci sono però delle vie per continuare questa tradizione, anche se arti e mestieri, negli anni, sono stati molto snobbati e quando si interrompe questo filo rosso con la tradizione poi è difficile andarlo a riprendere. Certi segreti sono andati perduti per sempre. Eppure ci sono ancora tante persone che continuano questi mestieri, non sono molto conosciuti, non riescono a fare rete tra loro...».

Come non interrompere questo filo?
«Innanzitutto raccontandolo. È il primo passo per cercare di salvaguardare queste realtà, e poi auspicando il sostegno delle istituzioni. Il Comune potrebbe dare in uso dei locali, sostenere l’artigianato in vari modi con degli affitti agevolati, avendo una visione su questo settore. Per esempio, via Garibaldi una volta era la via degli artigiani, adesso è piena di negozietti che chiamiamo “bangladini” che poi sono gli unici che parlano l’inglese. L’artigianato è un mondo enorme che ancora qui resiste ma si trova in una situazione in cui la mancanza di manodopera specializzata lo sta svantaggiando».


Il nostro “essere indietro” in tante cose non ci dovrebbe trovare avvantaggiati in questa fase storica?
«Sì, ma il divario culturale che ci sta intorno è indietro pure quello, questo è il problema. Noi veniamo apprezzati da chi ha, appunto, una formazione e un visione che non è quella che c’è in Sicilia. Ricordo ancora che la gente passando dal laboratorio mi diceva “Ti passi ‘u tempu ah...». Perché il mio, non era visto come un lavoro e, quindi, non era pagato. Se l’artigiano non riceve un corrispettivo per il lavoro che svolge, la voglia di continuare passa. Educare all’importanza del lavoro, educare all’arte, alla bellezza, è un compito che qui è più che mai necessario a partire dalle scuole».


Se venisse un ragazzo a chiederle di fare apprendistato nel suo laboratorio come lei ha fatto con il suo maestro che gli direbbe?
«Devo dirgli di no perché nel frattempo faccio “altro” con il quale mi sostento e proprio perché il mio “artigianato” è inserito in questo tempo. Non è più solo fare il carretto ed è stata la mia salvezza, però, per trasmettere questo tipo di lavoro ad un ragazzo, ci vuole una cosa più strutturata, una vera e propria scuola, in modo che chi detiene queste conoscenze, sia messo nelle condizioni di insegnarle ad altri. Io, così, questo sarei pronta a farlo».


Un’artigiana del proprio tempo cosa fa?
«Manufatti pittorici, oggetti, dipinti, ho un mercato privato che si è ampliato con i dipinti su tela, c’è una galleria d’arte che mi segue a Catania e che mi ha incentivato a fare questo passaggio nel quale io sono più svincolata, più libera. Lavoro molto con le aziende siciliane che esportano all’estero e che vogliono veicolare la loro origine. La Di Stefano dolciaria, mi ha chiesto di decorare una latta special edition per il panettone, mi occupo da tre anni della grafica per le bottiglie magnum di Amaro Averna, ho realizzato i frigoriferi d’arte dipinti a mano per D&Gcon motivi della tradizione folkloristica siciliana, adesso ho una consulenza artistica per il restauro di alcune sale di Land, la nuova dogana».


Alle ultime amministrative si è presentata come consigliera circoscrizionale con “Partecipa” e per un soffio non ce l’ha fatta...
«La partecipazione dal basso è l’inevitabile soluzione, se fossimo riusciti ad entrare nella circoscrizione avremmo potuto coinvolgere maggiormente gli abitanti del nostro quartiere. Abbiamo partecipato ad alcuni consigli di quartiere e i temi sul tavolo erano lo status del Midulla e della Palestra Lupo, due luoghi importanti che possono essere visti in due modi opposti: o luoghi occupati abusivamente, oppure lacerazioni della città risanate gratuitamente dai cittadini».


I catanesi hanno capito il messaggio?
«Bisogna lavorarci, ma ci sono tanti focolai di rinnovamento. Bisogna far incontrare fisicamente le associazioni con le persone. Il benessere di tutti passa attraverso il funzionamento dei servizi minimi. Anche se non uso l’autobus devo sapere che c’è e che funziona, che ci sono degli sportelli per i servizi nei quartieri più disagiati, che esistono attività pomeridiane per i ragazzini dopo la scuola soprattutto per coloro che vivono in ambienti pericolosi. Queste isole di salvezza si devono diffondere capillarmente, ci devono essere laboratori, acqua pubblica, sport, raccolta differenziata... siamo troppo presi dall’emergenza che ci obnubila, cittadini e politici, i quali non sono il male assoluto, però la visione dev’essere chiara».


Ha mai pensato mai di andarsene, di portare altrove il suo saper fare?
«Certo, come tutti. Io, in realtà, non volevo tornare e l’ho fatto per amore. Ora non me ne vado perché voglio che mio figlo cresca qui e mi va di combattere. Lo sto “addestrando” al combattimento, per esempio l’ho portato alla manifestazione sul dissesto. L’atto simbolico per noi cittadini di entrare nell’aula del Consiglio comunale ha più valenze, non perché abbiano detto chissà che, ma il fatto di andarci con mio figlio di 6 anni è stato importante. Se lui, un giorno, avrà dei problemi vorrei che prendesse confidenza con l’istituzione, vorrei che capisse come i sindaci, i politici, non sono delle entità astratte, ma delle persone che possono agire in modo giusto o sbagliato. Se lui si rende conto di questo, un domani può anche intervenire e sentirsipartecipe di una situazione che solitamente è vista molto lontana».


Il teatrino della politica quanto somiglia all’opera dei pupi?
«L’epopea dell’opera dei pupi rispecchia molto il modo di sentire dei siciliani che spesso si sentono in un teatro nel quale, però, non sono attori ma spettatori. Questa dimensione eroica del dramma con l’eroe che viene a salvarti, a sistemare la situazione, mi piacerebbe che pian piano si ribaltasse, che non aspettassimo sempre qualcuno che ti risolve i problemi».


Essere all’ultimo posto nelle classifiche sulla qualità della vita può aiutare? Come si dice, “chiù scuru ‘i menzannotti non po’ fari...”.
«Già, alla faccia di tutti gli ottimisti che vedevano negli afflussi turistici chissà quale appeal per la città. Quello è il risultato di una serie di fattori che non ci riguardano, ci siamo avvantaggiati di una situazione internazionale il turista che viene qui, se transita nelle vie principali vede una bella città, con quella dose di folclore “giusta”, ma le cose reali sono altre, una città sporca in cui i servizi non sono garantiti, un livello di civiltà e un senso della collettività inesistenti non aiutano. Certo, effettuare i tagli ai comuni ha depauperato moltissimo le città, ma la crisi in senso greco auspicherebbe un cambio di visione, di gestione, uno scombinare le carte. Ecco, spero che questa amministrazione voglia scombinare le carte e voglia accogliere le istante di tanti cittadini, di tante associazioni che urlano di essere partecipi dei giochi collettivi. Mi auguro che sia un’occasione per cambiare rotta».
Twitter: carmengreco612

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