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I boss gli hanno promesso vendettaIgnazio Cutrò: «Ridatemi la scorta»

Agrigento

I boss gli hanno promesso vendetta Ignazio Cutrò: «Ridatemi la scorta»

Di Redazione

Dopo le condanne in primo grado per oltre 330 anni di carcere, al processo «Montagna», l’ex imprenditore Ignazio Cutrò chiede di essere riammesso nel programma testimoni di giustizia. Tra gli imputati del processo figura Giuseppe Nugara, considerato il reggente della famiglia mafiosa di San Biagio Platani, condannato giovedì scorso a 19 anni e 4 mesi e attualmente in regime di 41 bis.

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Nugara, il 6 febbraio 2014, durante una conversazione con un allevatore, intercettata dalle forze dell’ordine, delineava la leadership della famiglia di Bivona, attribuendola a Giuseppe Luciano Spoto, condannato a 19 anni e 8 mesi, e diceva di Cutrò: «Appena lo Stato si stanca che gli toglie la scorta poi vedi che poi...».

Nel processo, Ignazio Cutrò si è costituito parte civile e il Gup Marco Gaeta ha accolto la richiesta dell’ex imprenditore di Bivona, condannando tutti gli imputati al risarcimento.

Con delibera adottata dalla Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione, il 20 ottobre 2016, cioè circa 32 mesi dopo le parole di Nugara, è stata notificata a Cutrò la mancata proroga delle misure di protezione per lui e per la sua famiglia, con la revoca della scorta per i parenti. Cutrò, per sua scelta, decise di uscire dal programma di protezione per evitare che i suoi cari diventassero facile bersaglio di eventuali vendette.

«Con le condanne al processo Montagna - dice Cutrò - e l'utilizzo nell’istruttoria delle intercettazioni di Nugara del 2014, è chiaro a tutti che lo Stato sapeva, ma qualcuno nel 2016 ha comunque ritenuto opportuno dire che la mia famiglia non correva più nessun rischio. Voglio sapere, in base a quale criterio è stata decisa la revoca della scorta a mia moglie e ai miei due figli. La commissione centrale è un organo politico, cambiano i governi e mutano anche le forze, ma la tutela di un testimone di giustizia dovrebbe essere garantita sempre».

Tramite il suo legale, Katia La Barbera, Cutrò, con una nota al ministero dell’Interno, alla Procura di Palermo e alla Prefettura di Agrigento, chiede l’adozione dei provvedimenti per un concreta tutela per lui e per i suoi familiari e la reintroduzione nel programma dei testimoni di giustizia.

«La notizia del riconoscimento, nell’ambito del processo Montagna, della condanna degli imputati a risarcire Ignazio Cutrò dimostra, senza dubbio alcuno, che la minaccia di ritorsioni da parte della mafia nei suoi confronti è attuale e concreta» ha detto la parlamentare M5S e testimone di giustizia, Piera Aiello.

«È giunto il momento che la Commissione Centrale, il Servizio Centrale di Protezione, la Prefettura di Agrigento e la Procura di Palermo prendano atto che il testimone di giustizia Ignazio Cutrò è in pericolo di vita e pertanto va assicurato a lui e alla sua famiglia la protezione reinserendoli nello speciale programma di protezione - aggiunge - Le istituzioni ora non possono più far finta di nulla e riconoscano, con onestà intellettuale, che sulla vicenda di Cutrò sono state commessi grossolani errori. La famiglia Cutrò deve essere protetta! Come deputata della Repubblica e coordinatrice del Comitato X di Inchiesta sui testimoni di giustizia non lascerò che su questa vicenda cali il silenzio. Utilizzerò tutti gli strumenti parlamentari a mio disposizione perché si ponga fine a questa ingiustizia e si tuteli la vita di chi coraggiosamente ha sfidato Cosa Nostra», conclude. 

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