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Agricoltura, donne e ragazzi in campo: ma che fatica... la burocrazia!

Di Daniele Ditta

PALERMO - Di giovani e donne che hanno deciso di investire in agricoltura ce ne sono sempre più. In tanti hanno una laurea e un bagaglio culturale da fare invidia al siciliano medio, ma hanno deciso di scommettere sulle terre dei nonni e dei padri: per riconvertirle a nuove colture o per dare una svolta innovativa a imprese destinate ad essere travolte dal mercato.
Massimo Piacentino, delegato Coldiretti Giovani Impresa Sicilia, li chiama «i coraggiosi». Perché, spiega, «sono costretti a combattere battaglie solitarie contro un sistema che spesso gli è ostile. Col risultato che la grande voglia d’imprenditorialità si scontra con un muro di gomma».

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E di muri di gomma in questo settore ce ne sono tanti. A cominciare dalla burocrazia. Piacentino va subito al sodo: «Dal 2017 ad oggi, la Regione non è riuscita ancora ad erogare le risorse della misura 6.1 del Psr, quella che riguarda l’insediamento dei giovani in agricoltura. Dopo sei graduatorie non c’è un solo finanziamento operativo. Il 20 settembre scorso, la Regione ha imposto ai giovani l’avviamento dell’impresa in assenza di certezze sull’esito delle istanze. Solo per fare un paragone, la Regione Veneto ogni anno apre e chiude un bando relativo alla misura 6.1, erogando i fondi».

Per la cronaca, in Sicilia, l’ultima graduatoria della 6.1 porta la data dello scorso agosto e il decreto di finanziamento è atteso entro gennaio. Al termine, si spera, di un lungo e tormentato iter condito da una pioggia di ricorsi. Basterebbe solo questo per convincere quei giovani che hanno deciso di restare nella loro terra – e di farla “fruttare” – a gettare la spugna. E invece c’è una generazione che va avanti. Malgrado i problemi e le porte sbattute in faccia. Ad esempio dalle banche, che a volte non prendono nemmeno in considerazione le ipoteche sui terreni agricoli per concedere un prestito. «Gli istituti di credito – prosegue Piacentino, che a Paceco (Trapani) si occupa di viticultura, olivicoltura e cerealicoltura – chiedono troppe garanzie». Inoltre, progetti come la “Banca delle terre” «non hanno avuto successo, poiché i costi dei poderi si sono rivelati esosi, nonostante le rateizzazioni previste dall’Ismea».

Il quadro però non è tutto a tinte fosche. Perché tanti giovani agricoltori ce l’hanno fatta. Nei settori più disparati: «Le aziende agricole giovanili – annota Piacentino – hanno un tasso di produttività superiore del 20% rispetto alla media». E che dire delle donne: in Sicilia le imprese agricole “rosa” sono un terzo del totale e si distinguono per l’alta qualità della produzione. Margherita Scognamillo ha preso in mano i terreni ereditati dal suocero, dopo un passato da dipendente amministrativa del ministero dell’Interno e un impiego in banca. Per farla breve, ha mollato tutto per trasferirsi nella valle del Benuara, in località Fulgatore, nel Trapaese, dove coltiva uva, olive e melograni. Non solo: ha trasformato in agriturismo pure la vecchia casa colonica costruita nel podere. «Le donne in agricoltura? C’è ancora tanta diffidenza – risponde Scognamillo, responsabile regionale Coldiretti Donne Impresa e componente dell’esecutivo nazionale – non ci viene ancora del tutto riconosciuto il ruolo di manager d’azienda. È quanto tocco con mano nei rapporti con i miei dipendenti, con i fornitori e i clienti. Eppure ci sono figure femminili che stanno emergendo, in Coldiretti ne ho avuto testimonianza diretta».

Uno scoglio in più in un settore che oscilla tra alti e bassi. «Nell’agroalimentare – sottolinea Margherita – il Made in Sicily è sinonimo di qualità nel mondo, più del Made in Italy. Le pmi siciliane, che poi sono la maggioranza, devono però imparare a commercializzare meglio i loro prodotti. Investire in agricoltura è complesso, perché i tempi di produzione non sono quelli del mercato. Servono tempo, 4-5 anni per entrare a regime, e soldi. Le banche non aiutano: a me hanno chiesto di ipotecare la casa anziché le terre, ritenendole beni difficilmente liquidabili».

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