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Piazza Armerina e Niscemi “divorziano”

Piazza Armerina e Niscemi “divorziano” da Enna e Caltanissetta: «Sì a Catania»

Gli esiti dei referendum sui Liberi Consorzi. E Gela torna alla carica
Piazza Armerina e Niscemi “divorziano” da Enna e Caltanissetta: «Sì a Catania»
Affluenza bassissima, ma è un doppio plebiscito per la “secessione”. Nel referendum consultivo di ieri, Piazza Armerina e Niscemi hanno deciso di lasciare le ex province rispettivamente di Enna e Caltanissetta, aderendo entrambe al Libero consorzio di Catania. Nella città della Villa del Casale al voto 22% degli aventi diritto, con un 83% di “sì”; in quella del Muos alle urne 1/10 degli elettori, con i separazionisti al 96%. E’ questo in sintesi il risultato delle due consultazioni “scessioniste” andate in scena a Piazza Armerina e Niscemi. Una analoga consultazione si era svolta in luglio a Gela, ma non fu raggiunto il quorum: ora però anche Gela vuola riaprire il discorso per lasciare Caltanissetta e aderire al Libero Consorzio di Catania.   PIAZZA ARMERINA Ieri sera si sono chiusi alle 22 i seggi elettorali nella città nota per la Villa romana del Casale e per la sua maestosa cattedrale di stile baroccogotico, e già intorno alle 23 ha cominciato a delinearsi la vittoria dei “sì”. Sono stati 4.086 i “sì” (l’83% dei votanti) in favore dell’adesione al Libero Consorzio catanese, mentre hanno detto “no” 336 votanti e 483 sono state le schede bianche o nulle. Confermato il dato della bassa, ma pur dignitosa, affluenza: dei 18.544 aventi diritto al voto soltanto 4.905 (il 22%) lo hanno esercitato recandosi alle urne (a fronte di una affluenza media, per le amministrative, di circa 13mila votanti). Tutto faceva presagire la prevalenza dei “sì” sui “no”. È storicamente noto, infatti, che tra i “cugini” piazzesi e quelli ennesi, distanti circa 34 chilometri, non sempre è regnata la concordia politica e amministrativa. Piazza Armerina, sede di diocesi e capoluogo dell’antica Comarca che nel XVI secolo comprendeva Gela e Niscemi, non ha mai completamente digerito la decisione del duce Benito Mussolini che preferì Enna come sede di provincia nel 1926. Tale decisione fece perdere a Piazza la sede della sottoprefettura di Caltanissetta. Ier sera a Piazza la notizia della vittoria del “sì” si è diffusa rapidamente. Sono bastati solo pochi minuti dall’inizio dello spoglio delle schede per intuire l’andamento del voto. E così all’ombra della statua del generale Cascino, eroe piazzese del primo conflitto mondiale, famoso per il suo motto di esortazione alle truppe - “Siate la valanga che sale” - e al quale è dedicata una delle piazze più frequentate dagli abitanti, è esplosa la festa, come pure nel vicino ufficio elettorale.   NISCEMI Seggi vuoti in tutte le ore del giorno, ma i pochi elettori che sono andati a votare - gli iscritti nelle liste elettorali sono 25.008 - hanno detto sì alla adesione di Niscemi al Consorzio di Catania. Il sindaco La Rosa aveva previsto un’affluenza del 30% degli aventi diritto. Dei 12.275 elettori uomini e delle 12.743 elettrici hanno votato, nei 25 seggi elettorali allestiti negli edifici scolastici di Valle Pozzo, Canale, Pirillo, G. Spata, Belvedere, Poggio Matrice, Calatafimi, soltanto 2.539 persone (il 10,15% degli aventi diritto). I sì sono stati 2.426 (il 96,38%) e i no 91 (il 3,62%). Ieri sera, davanti all’ingresso del municipio di Niscemi, dove ha sede l’ufficio elettorale comunale diretto da Giuseppe Ragusa, non c’era alcun gruppetto di politici o di curiosi in attesa di conoscere i dati ufficiali dell’esito della votazione del referendum confermativo pubblicato all’albo pretorio in tempo reale. Poco interesse, o poca fiducia, come qualcuno degli addetti ai lavori ipotizza. Il sì per aderire al consorzio di Catania ha vinto, ma è una vittoria di Pirro: i cittadini elettori nella stragrande maggioranza non hanno voluto partecipare all’evento storico politico che cambierà non solo la geografia politica delle ex province ma darà anche nuove prospettive politiche ed economiche.   GELA Il motore del referendum sui Liberi Consorzi di Comuni di Niscemi e Piazza Armerina lo ha acceso Gela. La proposta di dire addio a Caltanissetta per virare verso l’area etnea l’ha lanciata il Comitato per lo sviluppo dell’area gelese, organismo composto da una quarantina di associazioni, che da dieci anni si batte per l’elevazione di Gela a provincia. Aspirazione tramontata con la legge sui Liberi Consorzi votata lo scorso marzo dall’Ars. Dopo lo choc iniziale di una legge giudicata come gattopardesca, il comitato ha lanciato la proposta del trasloco di Gela e dell’hinterland verso il Catanese perché nel Consorzio nisseno non si riscontravano possibilitâ di crescita. Il referendum apripista è stato quello celebrato a Gela il 13 luglio scorso con il 36% degli aventi diritto che si sono recati alle urne ed il 99,2% dei votanti favorevole ad aderire al Libero Consorzio etneo. Il referendum gelese, primo in Sicilia, si è svolto secondo le regole dello statuto comunale che prevedono la validità della consultazione superando il quorum del 50% dei votanti. In base allo statuto, quindi, il referendum a Gela è fallito. Ma il Comitato ed il sindaco Angelo Fasulo hanno chiesto parere ad esperti nel settore e tutti hanno confermato che un referendum di tipo confermativo non necessita di quorum. Gela oggi è nel Consorzio di Caltanissetta o in quello di Catania? Il Comitato ed il sindaco non hanno dubbi sulla seconda ipotesi. Ma ha fatto discutere nei giorni scorsi una dichiarazione dell’assessore regionale agli Enti locali, Patrizia Valenti, non smentita dal presidente Crocetta, secondo cui «il referendum di Gela non è valido perché era necessario raggiungere il quorum, come previsto dallo Statuto del Comune. E tra l’altro, tra gli aventi diritto andavano computati anche i cittadini all’estero». «Non è così - replica il sindaco Fasulo - abbiamo consultato tanti costituzionalisti che hanno confermato che il referendum per i Liberi consorzi è valido anche senza il quorum dei votanti».

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