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Allarme Xylella nel Ragusano Sono stati segnalati due focolai

Campanelli d'allarme anche in Sicilia per la possibile presenza del batterio killer che sta uccidendo gli ulivi in Puglia. L'assessore Caleca: «Secondo le analisi nessuna pianta è infetta, ma l'allarta resta alta»

Di Giorgio Petta

PALERMO - Si dffonde anche in Sicilia la psicosi della “Xylella fastidiosa” e si comincia a parlare  quali strategie adottare per difendere gli uliveti dell'Isola per evitare il disastro del batterio killer che in Puglia ha attaccato il Salento. «Da noi - spiega Nino Caleca, l'assessore regionale all'Agricoltura - non è ancora arrivata. Ci sono però dei campanelli d'allarme. Nel Ragusano sono stati segnalati due focolai di “Xylella”. Si tratta dei residui di potatura di due ulivi che abbiamo sottoposto ad attente analisi di laboratorio per individuare la presenza o meno del batterio killer. E Sulla base dei risultati delle ispezioni condotte dal servizio fitosanitario regionale, possiamo affermare che l'intero territorio della regione Sicilia è indenne da Xylella fastidiosa. In ogni caso - aggiunge - con l'Istituto regionale Vini e Oli di Sicilia abbiamo elaborato un piano di intervento rapido. Anche se si tratta di un falso allarme. Con il commissario straordinario dell'Irvo, Antonino Di Giacomo, abbiamo stabilito, infatti, di non tralasciare alcuna segnalazione e di svolgere gli opportuni accertamenti in modo da isolare ogni focolaio che ci verrà segnalato. La prevenzione è fondamentale assieme ai controlli. Per questo motivo - conclude Caleca - non abbiamo posto finora limitazioni all'importazione di piante in Sicilia, come ha già fatto la Francia per 102 specie provenienti dalla Puglia. Ma il livello di allarme resta comunque molto alto».

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In Puglia, ieri mattina, ad Oria, in provincia di Brindisi, sono stati tagliati i primi ulivi secondo quanto disposto dal Piano di contenimento della «Xylella fastidiosa» messo a punto dal commissario all'emergenza Giuseppe Silletti. Sette gli ulivi abbattuti. Oggi saranno bruciate le ramaglie e quindi si procederà alla la pulizia dei terreni, così come richiesto dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina nell'appello rivolto ai presidenti nazionali delle confederazioni agricole e delle associazioni ambientaliste, affinché «ci aiutino a mettere in pratica, ovunque servono, le lavorazioni dei terreni (come le fresature e le erpicature) fondamentali per impedire agli stadi giovanili della “sputacchina”di crescere».

 

L'invito è stato raccolto già ieri da Coldiretti che a difesa di «un bene dell'intera Umanità» ha chiesto un incontro urgente al direttore regionale del Demanio. «Siamo pronti ad varare una task force - annuncia l'organizzazione - per pulire i terreni incolti ed eventualmente quelli demaniali abbandonati». Il presidente di Coldiretti siciliana, Alessandro Chiarelli, ha tirato un sospiro di sollievo quando ha saputo dall'assessore Caleca che nei presunti focolari segnalati nel Ragusano non è stato riscontrato il batterio killer ma anche lui ha inviato tutti a «non dobbiamo abbassare la guardia ed evitare assolutamente che  entrino nell'isola piante infette».

 

«Ma sradicare gli ulivi non basta - avverte l'esperto di Biologia ambientale Marcello Nicoletti, dell'università Sapienza di Roma - per risolvere il problema della “Xylella fastidiosa”». Il batterio responsabile di una vera e propria epidemia resta, infatti, in grado di diffondersi nell'ambiente anche dopo la distruzione delle piante. Le contromisure, quindi, dovrebbero essere di altra natura. A partire dall'istituzione di un un gruppo di lavoro interdisciplinare per colpire a livello molecolare l'intero sistema responsabile della malattia degli ulivi: il batterio, l'insetto “sputacchina” che lo veicola e lo stato di salute del terreno. «È in atto - aggiunge Nicoletti - una vera e propria epidemia, da parte di un microrganismo che per circa 30 anni è stato “tranquillo” e che a un certo punto è improvvisamente cambiato».

 

Le ragioni di questa trasformazione in un super-batterio non sono note: secondo le teorie prevalenti potrebbe essere stata la conseguenza di una mutazione genetica spontanea, simile a quella che avviene nel virus dell'influenza, oppure una risposta ad un clima più caldo. «In ogni caso - prosegue Nicoletti - va combattuto direttamente il batterio, insieme all'insetto che è il suo vettore, il “Philenus spumarius”, comunemente noto come “sputacchina”. Esistono antibiotici per combatterlo, ma c'è il rischio che alla fine possano rafforzare il batterio, rendendolo resistente. Il nemico è, in pratica, il “super-organismo” composto da batterio, pianta, insetto. Per questo anche dopo aver distrutto le piante, gli insetti restano nell'ambiente e continuano a diffondere la “Xylella”». Secondo il ricercatore, «è importante aggredire anche gli insetti, ad esempio con larvicidi, ma sempre di origine naturale e agire poi sul terreno, modificandolo in modo che fornisca alla pianta il sostegno di cui ha bisogno». Anche per l'entomologo dell'Enea, Maurizio Calvitti, «il vero bersaglio della lotta dovrebbe essere il sistema batterio-insetto. In questo momento - sottolinea - è fondamentale arrestare il processo di diffusione dell'infezione».

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