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Due film su una mano che si somigliano troppo

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Due film su una mano che si somigliano troppo

Di Maria Lombardo

Non sono pochi i film di culto per i quali si è sostenuto che avessero preso ispirazione da altri film, magari meno noti: se ne è parlato per “E.T.”, “Il Re Leone”, “Drive” e “La forma dell’acqua”. E’ anche il caso del film “J’ai perdu mon corps” del francese Jérémy Clapin candidato all’Oscar già vincitore del Gran Prix alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2019. Non possiamo dirlo con certezza e infatti non lo affermiamo ma non sono poche le similitudini con “Handy” del catanese Vincenzo Cosentino, del 2017.

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Il piccolo grande personaggio della mano fuggita dal corpo, inventato dal giovane regista catanese formatosi in Australia, ha avuto in questi giorni un grande dispiacere. Avete mai visto una mano piangere? Handy piange per rabbia anche se ha molti motivi per essere allegro. Dopo la partecipazione a numerosi festival negli Stati Uniti e aver aperto nel 2017 il Festival di Taormina (al quale Cosentino aveva partecipato già nel 2009 con il corto “Being Handy” selezionato per l’originalità della mano come protagonista dall’allora direttore artistico Deborah Young), raggiunta con “Handy” lungometraggio quota 20.000 spettatori, traguardo ragguardevole per un film autofinanziato costato 13.000 euro soltanto, proiettato tuttora nelle scuole come progetto formativo, il film del regista catanese vede un suo simile in corsa per l’Oscar. Con le dovute differenze, la palma dell’originalità o della tempistica – che dir si voglia - va al film di Vincenzo Cosentino che – dato inequivocabile - per primo o comunque prima di Clapin ha fatto un film sulla mano. Certo diverse ragioni valide avranno portato l’Academy alla nomination per “J’ai perdu mon corps” di Clapin, regista francese che nel 2009 aveva preso parte al Festival di Taormina assieme a Cosentino con il suo corto “Une histoire invertebral”. Il corto di Cosentino era poi passato su un canale televisivo francese mentre i due registi si erano ritrovati ancora assieme ad un festival, “I’ve seen films” di Milano sempre nel 2009: l’italiano ancora con “Being Handy” , protagonista una mano, e il francese con Skhizein”. Opportunità per vedere ciascuno i film degli altri partecipanti. “Handy” prende il nome da hand, mano appunto. Prodotto nel 2016 col crowfounding (raccolti 40.000 dollari da tutto il mondo), il film di Cosentino è stato autodistribuito.

Una mano si ribella agli umani, si veste come gli umani, dopo essersi staccata dal corpo del suo padrone, per andarsene in giro per il mondo: soggetto originale e sceneggiatura dello stesso Cosentino. Le difficoltà dettate dalla ricerca di un distributore non hanno scoraggiato Cosentino che ha portato il film in sala prendendo accordi con gli esercenti e, dopo tre anni, continua a proiettarlo per bambini e ragazzi entusiasti. Animazione virtuale e reale al tempo stesso in quanto non si tratta di figure disegnate, bensì di una mano in carne e ossa vestita come persona, che cammina, parla, interagisce ma soprattutto scrive. Di animazione pura è “J’ai perdu mon corps” che abbiamo visto online e che pur racconta una storia diversa – diversa pure dallo stesso romanzo “Happy hand” di Guillaume Laurant cui s’ispira secondo i credits (libro da noi trovato per caso e letto ma oggi introvabile anche nell’edizione francese). Diverse le somiglianze con “Handy” sul piano dell’estetica cinematografica e dello spirito del racconto. Difforme lo spirito di “J’ai perdu mon corps” rispetto al libro.

Al suo primo lungometraggio dopo i corti “A letter” e “The old dog” , Cosentino che è stato già premiato a Cannes 2008 per “The flip trip”, ha avuto per “Handy” la collaborazione gratuita della star Franco Nero che ha creduto nel suo progetto. “J’ai perdu mon corps” racconta la storia della mano recisa di un giovane uomo che fugge da un laboratorio di dissezione anatomica decisa a ritrovare il corpo a cui appartiene. «Avere l’ambizione di raccontare una storia di una mano tagliata mentre prova a cercare il proprio corpo, non aveva assolutamente niente di semplice e naturalmente, solo l’animazione poteva riuscirci» leggiamo su cineuropa.it a firma di Fabien Lemercier in occasione del festival di Cannes. Evidente la buonafede del giornalista di cineuropa.it che non aveva visto “Handy”. Curiose le somiglianze sul piano dell’estetica cinematografica, delle inquadrature. Certo non è facile per un giovane autore indipendente arrivare a certi consessi come l’Oscar. Non si parla di questo. Ma che la sua invenzione abbia ispirato altri sembra piuttosto evidente. A Vincenzo Cosentino non si può che ripetere la lezione da lui stesso trasmessa con “Handy”: reagire per non soccombere, per affermare se stessi. Un messaggio che deve indurre il regista siciliano a non rassegnarsi alla potenza delle major.

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