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Cara di Mineo, l’appalto “maledetto”: guerra fra coop, a rischio il nuovo corso

In forse il previsto passaggio di consegne programmato per il 1º ottobre

Cara di Mineo, l’appalto “maledetto”: guerra fra coop, a rischio il nuovo corso

Quelle gare fra il 2011 e il 2014, «un abito su misura» nella celebre definizione di Raffaele Cantone, sono finite in un processo (al ralenti) per turbativa d’asta e falso, con l’ex sottosegretario Giuseppe Castiglione come imputato eccellente. Ma a più di un lustro da quei fatti (con un anno di proroga di un contratto scaduto nel settembre 2017), nell’ex residence dei Marines resta di fatto in vigore quell’appalto.

Per il new deal del Cara di Mineo c’è però una data precisa: il prossimo lunedì 1º ottobre, con il programmato passaggio di consegne fra la vecchia gestione e i vincitori dei quattro lotti del nuovo bando appena aggiudicato dalla Prefettura. Nel calendario resta il cerchietto rosso, ma non è dato sapere se la staffetta ci sarà davvero. È stato infatti notificato giovedì il ricorso di una delle cooperative partecipanti al bando. Che apre uno scrigno di veleni su una delle vincitrici del primo lotto (fornitura di servizi alla persona), aggiudicato per tre anni al costo di 13.510.046,44 euro a un raggruppamento temporaneo d’imprese “Badia Grande” composto dalla fondazione onlus “San Demetrio”, dai consorzi “Agri.Ca” e “Aretè” e dalle coop sociale “Chiron”. Proprio quest’ultima nel mirino del ricorso (presentato a Prefettura e Anac) dei secondi in graduatoria. La cooperativa sociale “Tre Fontane, in qualità di mandataria del Rti composto da “Medihospes”, “Iride” e “Consorzio Umana Solidarietà” contesta sostanzialmente alla “Chiron” di aver mentito sui requisiti necessari per partecipare alla gara.

Un’accusa molto grave, visto che la presunta omissione riguarderebbe un «requisito di capacità tecnica e professionale pregresse» decisivo nel capitolato. Ovvero: l’«aver reso, senza demerito» servizi analoghi per soggetti pubblici. Ebbene, secondo la tesi dei legali di “Tre Fontane”, la vincitrice “Chiron” è stata sanzionata dal Comune di Aci Sant’Antonio con la chiusura, nel 2017, di uno Sprar a seguito dell’esito di una visita ispettiva del ministero dell’Interno che accertò alcune «criticità». Nel ricorso si citano anche altri precedenti in Sprar di Siracusa e di Ramacca. Proprio per questi motivi la coop vincente nel nuovo appalto del Cara di Mineo, fu esclusa dal Comune di Nicosia in un bando Sprar per «incapacità tecnico-professionale e dichiarazioni omissive in sede di gara».

Questa la linea dei prestigiosi avvocati a tutela, fra gli altri, di “Tre Fontane”, realtà del gruppo di coop bianche legato a “La Cascina”, finito nella bufera giudiziaria del precedente appalto del Cara di Mineo, ma comunque rediviva - nel nuovo bando - nel secondo lotto (fornitura pasti) vinto da “La Cascina Global Service” con un’offerta di 15,7 milioni.

In questo groviglio di ricorsi e di veleni, replica Angelo Murabito, presidente della coop etnea “Chiron”: «Abbiamo le carte in regola e la coscienza a posto. Ci difenderemo punto su punto, dimostrando di non essere mai stati esclusi, né direttamente né indirettamente, da precedenti lavori. Del resto le modalità di partecipazione alla gara, con tanto di casellario Anac, lasciano poco spazio all’occultamento».

In Prefettura si studia il da farsi. Una tesi minimizza l’impatto del contenzioso, ritenuto «tardivo» alla luce del nuovo Codice degli appalti che prevede la possibilità di fare ricorso sui requisiti non dopo l’aggiudicazione, ma entro 30 giorni dall’ammissione delle imprese partecipanti. Ma resta un’ombra spettrale sull’inizio della nuova era. Che potrebbe essere comunque avviata con una «esecuzione anticipata» senza la firma del contratto. Oppure c’è l’exit strategy più comoda: un’altra proroga dell’attuale gestione. L’ennesima, per l’appalto “immortale” di Odevaine.

Twitter: @MarioBarresi

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