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Regione, completata l'istruttoria per oltre 40 mila pratiche di cassa integrazione

Cronaca

Sicilia, lo scandalo della Cig in deroga ferma: e i Regionali chiedono pure il bonus

Di Mario Barresi

CATANIA - Sarebbe davvero la tempesta perfetta. Se la raccontassimo, più o meno, così: in Sicilia, eldorado gilettiano dei fannulloni, gli assegni ai lavoratori messi in mutande dalla pandemia vengono erogati a ritmo di lumaca in quarantena; e i pochi dipendenti regionali (da settimane a casa in smart fankazzing), a cui è affidato il titanico compito, ora vogliono pure un “aiutino” di 10 euro a pratica per smaltirle; intanto i sindacati chiedono, per chiunque stia lavorando da casa (il 60%, circa 9mila impiegati), che Mamma Regione rimborsi loro le spese aggiuntive di luce e telefono.

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Ma è davvero questa - volutamente forzata in premessa - la corretta narrazione dei fatti? Vediamo di capirci qualcosa di più.
Gli oggettivi ritardi della Sicilia nel pagamento della cassa integrazione in deroga si evincono dai numeri. L’Inps ieri ha fornito i dati aggiornati al 4 maggio: sulle 4.526 pratiche esitate dalla Regione, l’Istituto ne ha autorizzate... 3.892; nell’Isola le domande delle aziende per cui risulta un’effettiva erogazione sono 529, per un totale di 1.254 beneficiari pagati. Gli interessati sono 140mila per 40mila pratiche. Ciò significa che in Sicilia oltre il 99% dei lavoratori in attesa del sussidio straordinario legato all’emergenza Covid è rimasto a bocca asciutta. Altri dati per capire il termine di paragone con la nostra regione: in Campania gli assegni pagati sono 10.279 (29.842 domande decretate dagli uffici regionali), nelle “minuscole” Marche già 8.036 destinatari su 6.456 istanze autorizzate. Aggiornamento in serata. Dall’assessorato al Lavoro fanno sapere che il dato, relativo a ieri alle 17, è che su 11.792 pratiche trattate (1.745 negli ultimi due giorni), di cui circa 2.400 fra bocciate e sospese, all’Inps ne sono state trasmesse 5.023.
Perché la Sicilia è così indietro? Il collo dell’imbuto non sembra l’Inps, che esita in tempo reale ciò che gli arriva dalla Regione. Semmai, il problema è che appena il 13,8% delle istanze autorizzate sono state pagate. Il vero punto debole del sistema è a valle: nel dipartimento regionale del Lavoro, con 131 dipendenti che, in smart working, hanno in carico le circa 40mila pratiche arrivate. Che vengono elaborate su una piattaforma regionale, la penultima a partire in tutta Italia: il «primo invio di flusso» (e cioè le prime istanze esitate dalla Regione), secondo l’Inps, risale al 22 aprile. Soltanto la Sardegna è arrivata dopo, il 23; in Friuli e Lazio s’è partiti già nella prima settimana di aprile.
Il nostro giornale ha raccontato - con le puntigliose cronache di Michele Guccione - tutti i ritardi e le falle del sistema. Compreso lo strano caso dello “stop&go” dei lavoratori dislocati in alcune province, con un rapporto pratiche/istruttori pari talvolta a 0,08 in alcuni giorni feriali, per innalzarsi magicamente nei festivi.
La rabbia sociale cova già da diverse settimane. Con picchi preoccupanti sui social. «Presidente, stasera io e la mia famiglia veniamo a mangiare a casa sua visto che la cassa integrazione ancora non arriva e poi se mi dà la sua email le mando le utenze e gli affitti da pagare», scrive Alessandro - uno fra centinaia d’esempi - sulla bacheca Facebook di Nello Musumeci.
Ieri, però, il caso esplode in modo clamoroso. Grazie alle indiscrezioni, raccolte dal sito di RepubblicaPalermo, sulla trattativa per sbloccare le pratiche della Cigd. «Al tavolo - accusa Giovanni Vindigni, dirigente del dipartimento regionale al Lavoro - i sindacati mi hanno chiesto di riconoscere ai dipendenti un bonus di 10 euro per ogni pratica analizzata».
La politica, giustamente, s’indigna. Risvegliandosi all’improvviso: dal dibattito sulle ragioni per cui devono aprire i parrucchieri per donna prima dei barbieri, si passa alle bordate sullo scandalo del bonus. S’indigna la Lega, col segretario regionale Stefano Candiani: «C'è un limite alla decenza e alla vergogna», dice, denunciando i «capricci di chi cerca altri soldi per fare il proprio dovere, lautamente pagato». S’indigna il M5S, con il gruppo all’Ars, per il quale il bonus di 10 euro «è vergognoso», una «speculazione, se pensiamo a quei siciliani che in questo difficilissimo momento storico non sanno come fare la spesa», e con la senatrice Antonella Campagna, che parla di «un ritardo monstre, imputabile solo alla miopia del governo Musumeci». S’indigna il Pd, con il deputato regionale Michele Catanzaro che giudica «scandalosa» la gestione delle pratiche: sarebbe stato «più proficuo, vista l’inadeguatezza della Regione, che a gestire tutto l’iter fosse l’Inps». S’indignano i renziani con Luca Sammartino, uno dei pochi che, da presidente della commissione Lavoro all’Ars, aveva denunciato il potenziale «scoppio di una bomba sociale» e adesso attacca a testa bassa sul «fallimento» di Musumeci, che «non ha saputo programmare per tempo e adesso scarica sui dipendenti regionali le sue responsabilità». E s’indigna, ovviamente, anche l’indignato speciale: Cateno De Luca. Contro «la porcheria dei sindacati», il sindaco di Messina minaccia di «occupare l’assessorato al Lavoro se entro questa settimana non si sbloccheranno tutte le pratiche».
Il governo regionale, ufficialmente, tace. L’assessore Antonio Scavone ha aperto un procedimento disciplinare sul suo braccio destro ragusano (alla prima esperienza al vertice di un dipartimento), chiedendogli conto delle esternazioni, poi in parte smentite. Anche Musumeci, seduto con Scavone e i sindacati in un incontro che s’è protratto fino alle 21, non l’ha presa bene. Ha chiesto al suo assessore la testa del dirigente Vindigni. E vuole vederci chiaro sull’incontro con i sindacati, benedetto da un comunicato di Bernardette Grasso (Funzione pubblica), ma del quale Scavone era all’oscuro. «Il mio unico pensiero è pagare tutte le persone nel più breve tempo possibile», si limita a dire l’assessore al Lavoro in tarda serata a La Sicilia. Senza entrare sul caso Vindigni, ma anticipando di «aver trovato un modo concreto per risolvere il sistema folle dell’Inps nel giro di qualche giorno».
La patata bollente è condivisa con gli altri “cattivi” di questa storia: i sindacati. «Una guerra con le fionde», per citare il governatore nella trincea antivirus, quella che devono combattere i rappresentanti di lavoratori considerati privilegiati e fannulloni dall’opinione pubblica. «Si cerca di gettare fango per sottrarsi alle proprie responsabilità», sbotta Alfio Mannino, segretario regionale della Cgil. Che ributta la palla nel campo del governo regionale, chiedendo a Scavone di «fare subito chiarezza e di prendere provvedimenti». Ma il nodo è anche un altro: è stato davvero un blitz dei sindacati per strappare, magari sfruttando l’inesperienza di Vindigni, una nuova prebenda? Per la segreteria regionale di Fp-Cgil «nessuno ha chiesto niente, men che meno soldi». Ma l’Ansa rilancia un “pizzino” che gira nelle chat da lunedì. Nel foglietto c'è scritto (a penna) che si tratta di un’«ipotesi di accordo». In calce le firme dei segretari dei sindacati Siad, Cisl-Fp, Sadirs, Fp-Cgil e Uil-Fpl, ma anche quella del dirigente generale Vindigni. Si legge: «Progetto eliminazione arretrato pratiche Cigd». E poi a seguire: «Pratiche n. 30.000, costo a pratica a prescindere dalla categoria 300.000,00». La bozza prevede 10 euro per ogni pratica in più evasa , rispetto al budget di scartoffie assegnate per il periodo 4-10 maggio; 9 euro dal 1° al 15 giugno e 8 euro dal 16 al 30 giugno. L’intesa riguarderebbe un centinaio in più dei 131 dipendenti assegnati dunque una platea molto ristretta dei 12mila regionali. E i 300mila euro verrebbero recuperati dal fondo per il salario accessorio dei regionali, che ammonta a circa 30 milioni in tutto. Fondi che già spettano ai lavoratori. Per la Fp-Cgil «sono soldi che appartengono ai dipendenti del dipartimento».
Ed è questo che i sindacati, démodè ai tempi degli odiatori social, non riescono a spiegare in una lingua diversa dal sindacalese di verbali che sembrano scritti negli anni Settanta. Non è «un mercimonio», né «un lavoro a cottimo», si sforza di dimostrare la Fp-Cgil. Che tira fuori due parole - «performance» e, soprattutto, «merito» - «di cui tanti tanti si riempiono la bocca» a cui si deve dare «significato e tangibilità».
È impopolare, ma è così. Quel bonus è un diritto di questi lavoratori, tanto bistrattati quanto poco efficienti.
E l’altra grande verità, in materia, è quella che da tempo va sostenendo Gianfranco Miccichè. Il presidente dell’Ars - un enorme mazzo d’aglio contro i vampiri del populismo - ha più volte raccontato che «il più giovane dipendente regionale ha 51 anni contro i 28 di Google a Milano».
E se il punto fosse proprio che i dipendenti - vecchi, demotivati, «analogici anziché essere digitali» - sono piantati sulle carte della Cigd non perché vogliono altri soldi, ma semplicemente perché non sono tanto “smart” (nonostante lo smart working) da gestire una piattaforma ancor più farraginosa dal salotto di casa?
Ma a nessuno interessa questa domanda. La palla di neve è diventata una valanga. Il “pizzino” di sindacati e Regione è una bolla papale che scomunica l’ennesimo scandalo siciliano. E il caso, ormai, è nazionale. Non entra nel merito il ministro del Lavoro, la catanese Nunzia Catalfo, che si limita ad annunciare «una semplificazione per le procedure di trasmissione e lavorazione delle domande di Cig» nell’ex “decreto Aprile”, ora “decreto Maggio”. Mentre la collega Fabiana Dadone (Pubblica amministrazione) fa sapere - naturalmente su Facebook - di essere rimasta «attonita» nell’apprendere della richiesta di bonus. «Ho attivato quindi l’Ispettorato del Dipartimento Funzione pubblica - annuncia - per avere chiarimenti in merito alla vicenda». In attesa che gli 007 del governo scoprano la verità, ci aspetta una puntatona di Non è l’Arena. Prossimamente su questi schermi. E i siciliani che aspettano l’assegno? Sono 140mila comparse - disgraziato più, disgraziato meno - di una tragicommedia già vista.
Twitter: @MarioBarresi

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