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Giustizia paralizzata dal Covid, da Catania a Palermo protesta degli avvocati

Cronaca

Giustizia paralizzata dal Covid, da Catania a Palermo protesta degli avvocati

Di Redazione

Avvocati in piazza, da Roma a Palermo, e nelle piazze virtuali, per la effettiva ripartenza della Giustizia. Il ministro Alfonso Bonafede nei giorni scorsi ha annunciato per il primo luglio la ripresa regolare dei processi, ma i legali chiedono garanzie.

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Nella Capitale l’ordine degli avvocati ha inscenato un «funerale» laico della giustizia, davanti alla sede della Cassazione, in segno di protesta contro «i ritardi che stanno caratterizzando la fase di ripresa delle attività». C'è poi chi ha scelto la strada della campagna social: gli avvocati dell’associazione Libertà e Dignità Forense hanno realizzato un video con i toni della commedia per denunciare che «a oltre un mese dalla fine del lockdown si celebrano solo il 20% dei processi. Tanti proclami ma la giustizia di fatto è ancora paralizzata». «Non ti posso difendere», lo slogan scelto, che è anche la risposta dei legali, che nel video si sono improvvisati attori, ai possibili clienti, «perché gli uffici giudiziari sono praticamente paralizzati».

«Cerchiamo di sensibilizzare la cittadinanza e il ministro Bonafede - spiega l'avvocato Onorio Laurenti - per un intervento effettivo. Veniamo da un sistema che è già in difficoltà, e ora è tutto ancora più rallentantato. Se prima un giudice teneva due udienze a settimana, trattando 25 cause alla volta, ora si fa udienza un giorno, con una causa ogni ora. Le cancellerie sono fisicamente sono chiuse e il processo telematico non è ancora sufficiente». «Il primo luglio non riapriranno i tribunali», sostengono gli avvocati: «Perché si vuol fermare la giustizia, mentre è ripartito tutto?».

Solo a Palermo sono 10.800 i procedimenti penali rinviati nel periodo del lockdown (9 marzo - 11 maggio) ed entro luglio saranno, secondo una stima, circa 20mila. A tutto ciò si aggiungono le lunghe code che gli avvocati sono costretti a fare in tribunale e l’impedimento nello svolgere anche le azioni più semplici come notificare un atto. E le crescenti difficoltà economiche dei professionisti: solo a Palermo sono stati circa 3mila (il 60 per cento) a chiedere il bonus coronavirus.

"La giustizia è ferma" è l’allarme lanciato oggi dall’Organismo congressuale forense in contemporanea in tutta Italia e che ha fatto sentire anche nel capoluogo siciliano la sua voce. Una conferenza on line con il presidente Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Palermo, Giovanni Immordino, il delegato alla Cassa forense del Distretto della Corte di Appello di Palermo, Pietro Alosi, il presidente dell’Unione dei fori siciliani Giuseppe Di Stefano, il delegato all’Ocf (Organismo congressuale forense) del Distretto della Corte di Appello di Palermo Accursio Gallo.

La giustizia è bloccata - ha detto Immordino - Nonostante l’uso delle tecnologie e la continua e apprezzata collaborazione con i capi degli uffici giudiziari, il sistema stenta a ripartire. Come si fa a condannare un imputato a 30 anni senza guardare negli occhi giurati, avvocati e pm?".

"Catania non fa eccezione: anche nel capoluogo etneo la giustizia è stata travolta dal Covid19, ma anche da scelte nazionali sbagliate e da problemi strutturali che vengono dal passato". E' quanto è emerso dalla conferenza stampa, al Tribunale di Catania, organizzata dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati (Coa) etneo, con la partecipazione del presidente del Coa, Rosario Pizzino, del delegato distrettuale dell Organismo congressuale forense, Alberto Giaconia, del vicepresidente dell’Unione ordini forensi della Sicilia, Antonino Distefano, del presidente della Camera Penale 'Serafino Fama”, Salvatore Liotta, del presidente della Camera Civile, Giovanni Perrotta. Per Pizzino: "Assistiamo alle conseguenze di problemi già cronici, che impediscono l’adeguato funzionamento di un servizio fondamentale per la tutela dei diritti, per i cittadini ma anche per le imprese. Nonostante l’impegno e la collaborazione tra le istituzioni locali, il presidente della Corte di Appello, del Tribunale, del Consiglio dell’Ordine, dei funzionari pubblici, anche attraverso specifici protocolli, siamo in una situazione molto grave". 

I numeri dell’emergenza: "A seguito dei decreti governativi - spiega ancora Pizzino - nel civile ancora il 6 maggio si prevedeva che potesse saltare fino al 70% dell’attività ordinaria delle udienze, e così è stato. Nel penale la situazione è ugualmente grave, d’altronde solo in 3 aule su 13 si possono fare le udienze in videoconferenza. In trattazione c'è solo il 20% circa delle udienze rispetto a quelle previste. Anche a causa di uno smart working che è stato ed, è, in questo settore, quasi virtuale. Il tributario è paralizzato. Il piano di smaltimento dell’arretrato si è dovuto bloccare. Piove sul bagnato. Infine per quanto riguarda la difesa dei meno abbienti, i ritardi nel pagamento del lavoro degli avvocati ha raggiunto tempi insostenibili. Il plesso di via Crispi già in condizioni normali era inadeguato, soprattutto nel periodo estivo; adesso l'applicazione delle misure di prevenzione anti Covid rischia di aggravare la situazione. L’ufficio del Giudice di Pace è ubicato all’interno di un condominio. Il Tribunale di sorveglianza ha un’aula d’udienza inadeguata e spazi insufficienti. Tutte le inadeguatezze strutturali impediscono ai Cancellieri di lavorare. Una luce nel tunnel è relativa alle controversie di lavoro - ha aggiunto il presidente - che hanno mantenuto un ritmo di smaltimento ragionevole, anche in virtù di un rito più rodato".

Il consiglio dell’Ordine degli avvocati di Catania ha messo in forte evidenza che la conferenza stampa di oggi si tiene in adesione alla manifestazione nazionale 'Salviamo la Giustizia: delegittimata, paralizzata, indifesa. Ora basta!', promossa dall’Organismo Nazionale Forense, che si è svolta in contemporanea a Roma e in tutti i distretti del Paese. Per l’occasione, è stato presentato il 'Manifesto nazionale dell’Avvocaturà "per superare questa gravissima emergenza, con alcune proposte indirizzate al Premier Conte e al ministro della Giustizia, Bonafede"

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