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Cronaca

Il caso della Loggia Ungheria, a Milano furono indagati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore

Di Redazione

Sul caso della presunta loggia Ungheria, la Procura di Milano già un anno fa, il 9 maggio 2020, aveva iscritto per associazione segreta l’avvocato siciliano Piero Amara, proprio colui che aveva parlato ai pm milanesi dell’organizzazione che condizionava nomine in magistratura e negli incarichi pubblici, il suo ex collaboratore Alessandro Ferraro e il suo ex socio Giuseppe Calafiore. E’ quanto apprende l'ANSA da fonti qualificate. Il fascicolo, che sta creando una nuova bufera tra le toghe, è stato trasmesso per competenza alla Procura di Perugia lo scorso dicembre dopo una riunione dopo l'estate con Raffaele Cantone.

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Lo stesso procuratore di Milano Francesco Greco sta preparando una relazione per riscostruire i passaggi e la tempistica relativi alla gestione del fascicolo, poi trasmesso a Perugia, sulla presunta loggia Ungheria, caso che sta creando una bufera tra la magistratura e ha acceso uno scontro, dovuto a un diverso modo di condurre le indagini, con il pm Paolo Storari. Greco, come apprende l’ANSA da fonti qualificate, potrebbe inviare tale ricostruzione al Csm in vista di eventuale procedimento sulla vicenda. 

Il pm Storari intanto è pronto, quando sarà necessario, a riferire al Csm, partendo da documenti scritti, per spiegare la decisione, a suo dire di «autotutela» di fronte all’inerzia del procuratore Francesco Greco, di consegnare i verbali di Amara, interrogato nell’ambito dell’inchiesta sul "falso complotto Eni", a Davigo, comunque convinto che sarebbe stato avvisato pure il comitato di presidenza del Consiglio. Nelle sue dichiarazioni Amara, a partire dal 2019, aveva parlato dell’esistenza della loggia segreta Ungheria, di cui avrebbero fatto parte anche magistrati.

Per Storari bisognava iscrivere subito alcuni nomi nel registro degli indagati per cercare riscontri a quelle affermazioni che, in caso contrario, avrebbero potuto essere delle calunnie. Il percorso formalmente corretto prevedeva che il pm - dopo aver mandato almeno una decina di mail in pochi mesi ai vertici della Procura senza, a suo dire, avere risposta - scrivesse al comitato di presidenza del Csm una missiva. L'inerzia dei vertici, secondo la ricostruzione del pm, sarebbe durata circa 6 mesi, tra fine 2019 e maggio 2020.

Il pm ritiene di aver seguito nella sostanza le indicazioni previste da una circolare del Cms del '94 che recita: «Il pubblico ministero che procede deve dare immediata comunicazione al Consiglio con plico riservato al Comitato di Presidenza di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio».

Stando a questa ricostruzione, l’indagine che il pm voleva portare avanti sarebbe stata bloccata per non inficiare il processo in corso sulla vicenda Eni-Shell/Nigeria. Processo che tra i grandi accusatori vedeva anche l’ex manager Eni Vincenzo Armanna, legato ad Amara e indagato pure lui nell’inchiesta sul falso complotto da cui Storari da qualche settimana si è chiamato fuori. Nel caso Eni-Nigeria, tra l'altro, i pm milanesi trasmisero a Brescia parte dei verbali di Amara nei quali si gettava un’ombra sui giudici (fascicolo archiviato). Giudici che hanno assolto tutti gli imputati. 

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