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Recovery Fund, al Sud il 50% della quota per investimenti

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Italia, fondi europei: bene, ma non benissimo

Di Assia La Rosa

Sarà dotato di 750 miliardi di euro, 390 dei quali messi a disposizione come trasferimenti, quelli poco tecnicamente definiti “a fondo perduto”, e 360 come prestiti. L’Italia, secondo quanto contenuto nella “table A1 Allocation Key, allegata al “Commission Staff Working Document” verserà 96,3 miliardi per riceverne 81,4 come trasferimenti e 124,7 come prestiti. Bravo, forse, il nostro Premier, che porta a casa quattrini freschi, neanche uno, per la verità, essendo il saldo tra versamenti e incassi di meno 14,9 mld, e un po’ di debiti, perché i prestiti vanno restituiti, si sa, (124,7 mld), tanti, forse troppi. In soldoni, scevri da ogni dietrologia, la famosa componente “a fondo perduto” che l’Italia riceverà si riassume in 14,9 miliardi che, però, è l’Italia stessa a dover versare per la costituzione del “fund”. I soldi “veri” che il nostro Stato riceverà saranno in massima parte a prestito. Avremo, quindi, poco più di 100 miliardi a disposizione, dal 2021 al 2023. Abbastanza risorse, forse, purché impiegate al meglio e che si dovranno restituire a partire dal 2027.

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L’accesso ai fondi, bene precisarlo, è condizionato a dei vincoli: occorrerà predisporre un Recovery Plan triennale (2021-2023), che dovrà essere presentato in autunno e che, se verrà giudicato idoneo, sarà sottoposto comunque a revisione nel 2022, ovvero, prima della ripartizione della tranche di fondi prevista nel 2023. Insomma, per gli esperti in materia di finanziamento, una sorta di bando d’élite, ma sempre di bando si tratta. Anche perché la valutazione approderà ad un punteggio in funzione del dettato delle linee guida. Si tratta delle, ormai note, raccomandazioni di Bruxelles che, per quanto riguarda l’Italia, sono: riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito a cui vanno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del Pil. E poi su indicazione della Commissione Europea, che avrà due mesi di tempo per valutare i piani presentati dagli Stati, sarà il Consiglio Europeo a decidere a maggioranza qualificata (55% dei Paesi pari al 65% della popolazione) se approvare o meno il piano. Auspichiamo, pertanto, che il nostro Governo si affidi a dei bravi consulenti per la stesura del piano, osservando che, alla resa dei conti, questo recovery fund si sta rivelando più rigido e stringente del Mes.

Un “nuovo” modello di economia si intravede all’orizzonte il cui ruolo propulsore viene affidato (ahimè) alle banche, che si ritroveranno ad erogare liquidità a tutti: famiglie (lavoratori in cig) ed imprenditori. Un sistema che si baserà, oltre che sulle promesse del premier, sul credito (da recuperare in futuro) e sul debito (da restituire coi profitti di domani) considerato che, in concreto, le risorse non arriveranno prima del 2021. E nel frattempo, noi pagheremo le imposte, di un reddito prodotto nel 2019, coi mancati incassi del 2020, stante che i soldi accantonati li abbiamo, obtorto collo, impiegati per sopravvivere, a porte chiuse.  Il giudizio conclusivo, in estrema sintesi, sull’accordo raggiunto dai Paesi Europei sul Recovery Fund: “bene, ma non benissimo”, come cantava il giovane Shade lo scorso anno.

Simonetta Murolo e Daniele Virgillito

 

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