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Meloni-calamita: i "golden boy" della destra catanese tutti attorno a Giorgia

Di Mario Barresi

Catania - Ha proprio ragione Guido Castelli, ex sindaco forzista di Ascoli, uno degli ultimi arrivi nella campagna acquisti di Giorgia Meloni. Nella sala dello Sheraton, strapiena, l’inno è Ma il cielo è sembre più blu di Rino Gaetano, una scelta cromatico- politica per simboleggiare l’ambizione da partito conservatore in stile Tory. Eppure - in questo pomeriggio di camicie fradicie, di mani che tremano sul palco e di occhi lucidi - ci stava molto meglio il ritornello di Amici mai di Antonello Venditti, quello su «certi amori» che «non finiscono» perché «fanno dei giri immensi e poi ritornano».

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È «un giorno di festa», ripete Salvo Pogliese, padrone di casa e ospite d’onore allo stesso tempo. Ripetendo, una mezza dozzina di volte: «Sono troppo felice». Certo, c’è un dato affettivo, di comunanza di storie e di percorsi che . Il sindaco di Catania ricorda il giorno in cui conobbe «una giovanissima Giorgia», nel luglio 1993, «quando 17 eretici sognatori organizzarono a Passo Pisciaro il primo campo regionale di formazione politica del Fronte della gioventù». E Meloni, che dà il benvenuto al sindaco di Catania in Fratelli d’Italia anticipando «incarichi di assoluto valore» nel partito, ricambia l’album dei ricordi con «una fotografia, sempre del ‘93, in cui io e Salvo siamo assieme in una squadra che vinse il torneo di pallavolo del nostro movimento giovanile».

Un «giorno speciale» lo definisce Manlio Messina, coordinatore regionale di FdI festeggiato da neo-assessore al Turismo, lieto di «aver ritrovato un amico di sempre», anch’esso figlio di «una comunità che ha fatto la storia della destra a Catania». Ma questa non è solo una rimpatriata di ex ragazzini “neri” oggi quarantenni al potere. Perché c’è un dato politico molto più significativo. Il sindaco di Catania entra in FdI con il gruppo “MuovitItalia”, condiviso con Basilio Catanoso («Lasciamo da parte gli errori fatti dagli uni e dagli altri nelle scelte passate», scandisce l’ex parlamentare acese), portando con sé «dieci sindaci e 300 amministratori locali». Di peso, a Catania, anche l’adesione dell’assessore Pippo Arcidiacono, con voci insistenti che riguardano i colleghi di giunta Sergio Parisi e Barbara Mirabella, oltre che l’ex vicecoordinatore forzista a Catania, Dario Daidone, ma solo quest’ultimo è presente allo Sheraton. Alcuni sindaci etnei prendono la parola sul palco. Alberto Bonanno (Biancavilla) si dice «fiero appartenente della generazione Atreju», Massimiliano Giammusso (Gravina) ringrazia il duo Catanoso-Pogliese per «averci guidato in un deserto», contento del fatto che «adesso torniamo a giocare con la maglia del cuore». Ruggero Strano (Castel di Judica) sembra sollevato dopo «un periodo in cui eravamo personaggi pirandelliani in cerca d’autore». Citati anche Salvatore Puglisi (Linguaglossa) e Armando Glorioso (Nissoria).

Pogliese ringrazia pubblicamente la Lega con «estrema sincerità» e «grande riconoscenza» per il “salva-Catania”, sostegno sul dissesto «senza chiederci nulla in cambio». Certo, poteva anche andare con Matteo Salvini o temporeggiare un altro po’ nella decisione (come gli suggeriva qualcuno vicinissimo a lui), dopo «la scelta sofferta e dolorosa» di lasciare Forza Italia. Ma, a onor del vero, quella di accogliere il sindaco era una disponibilità non immediata da parte del Carroccio. «Fai crescere il tuo “MuovitItalia” e fra un po’ ne parliamo», è stato il consiglio, tutt’altro che disinteressato, del commissario leghista in Sicilia, Stefano Candiani. E dunque Pogliese ha scelto, subito, la strada più ovvia per sé e per il suo gruppo. Quella del cuore, ma anche quella della ragione in un contenitore politico che può riservargli più spazio e subito. Ma l’altro dato politico significativo è che Pogliese è soltanto il pezzo grosso di una lenta transumanza di pezzi di classe dirigente di Forza Italia verso Meloni. Ieri sul palco catanese è stata accolta anche Rossana Cannata, deputata regionale ex forzista, sorella del sindaco di Avola, Luca, già in campo con FdI alle Europee. E si dà come ormai scontato il passaggio di un altro forzista dell’Ars: l’etneo Alfio Papale. Se fosse davvero così, i meloniani a Palazzo dei Normanni diventerebbero cinque, «lo stesso numero di iscritti del gruppo degli Autonomisti e Popolari, che hanno tre assessori...», sussurrano in sala. Dove, fra i presenti, si notano anche l’ex assessore regionale Paolo Ezechia Reale, l’ex senatore alfaniano Pippo Pagano, l’ex deputato regionale di Fi Nino Beninati. Mentre in Sicilia occidentale sono al terminal arrivi i sindaci Vito Barone (Ciminna) e Nicola Catania (Partanna).

Una «serata di festa» per l’eurodeputato Raffaele Stancanelli, ormai sempre più ex coordinatore di DiventeràBellissima, silenzioso traghettatore di Pogliese in FdI, che incassa la prima rata di un investimento politico su «quell’idea di grande partito del centrodestra, che in Sicilia ha già raggiunto l’8 per cento con punte del 10». E ciò con «una scelta coraggiosa», in contrapposizione (stoccata a Nello Musumeci) a chi «ci considerava un partitino del 2-3 per cento senza futuro». Ed è anche questo l’altro dato politico: la Meloni-pigliatutto mette all’angolo il governatore, al quale la leader aveva offerto (prima delle Europee) un ruolo di primo piano in FdI, di fatto rifiutato. «Cosa penso di Musumeci rimbalzato da Salvini? Non so se sia stato rimbalzato o quali siano i rapporti, comunque da tempo - dice Meloni a La Sicilia uscendo dalla convention - non mi sono chiarissime le scelte politiche del presidente della Regione, ciò non toglie che sono comunque fiera di essere stata decisiva per la sua candidatura e di aver contribuito alla sua elezione».

Nel suo discorso in sala, la leader - con lo sguardo soddisfatto del capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida e del vicepresidente del Senato, Ignazio La Russa, entrambi in prima fila - incassa il risultato plastico di «una crescita meno veloce di altri e più ponderata, senza prendere scorciatoie». Rilancia i temi chiave (identità, famiglia, alt ai migranti «col blocco navale al largo della Libia, come dico da molto prima che sia di moda»), propone «un piano straordinario di infrastrutture al Sud, compreso il Ponte». E infine plana sull’Isola, dove FdI «continuerà a battersi per ottenere la rivoluzione che il centrodestra ha promesso» alla Regione, «senza fare sconti a nessuno». E infine la prospettiva delle Politiche: «Lega e Fratelli d’Italia puntano alla maggioranza per un governo vero che duri cinque anni». Meloni non cita Forza Italia, nella “formazione” del centrodestra. Applausi a scena aperta. Anche dai tanti forzisti (o ex) presenti in sala.

Twitter: @MarioBarresi

Foto di Davide Anastasi

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