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La breve vita della "Chiesa della speranza" a Catania

De Roberto vi ambientò il sontuoso funerale della Principessa di Francalanza. Oggi al suo posto sorge il Palazzo della Borsa

La breve vita della "Chiesa della speranza" a Catania

Chi si sia trovato tra le mani I Viceré di Federico De Roberto, si sarà certamente soffermato sulle descrizioni che l’autore fa di luoghi presenti a Catania, dove sono ambientate le vicende della famiglia Uzeda. In particolare, viene in evidenza una chiesetta dove, secondo quanto riportato nelle prime pagine del romanzo si sarebbero svolti i funerali della principessa Teresa Uzeda: si tratta della Chiesa dei Cappuccini. Attualmente, nel capoluogo etneo è presente una chiesa officiata dai Frati Cappuccini, appartenenti alla famiglia francescana, ossia la chiesa del Sacro Cuore sita su Via Plebiscito, ma date le origine storiche di tale struttura ecclesiastica, è da escludere che si tratti della chiesa citata dal De Roberto. Stiamo parlando, dunque, di un’invenzione dell’autore, o  si tratta effettivamente di una realtà storica che, come in altri casi, il tempo e le vicende umane hanno cancellato dalla memoria dei Catanesi? 

VIA CAPPUCCINI.  Austero guardiano di Piazza Stesicoro e dei suoi monumenti, è oggi Palazzo della Borsa, sorto negli anni 30 del Novecento come Palazzo del Consiglio Provinciale delle Corporazioni, ed ora sede della Camera di Commercio. Il complesso architettonico, dall’evidente stile tipico dell’era fascista, è costeggiato da una via discretamente inclinata che prende il nome di via Cappuccini. Questa strada, meglio conosciuta come “Salita dei Cappuccini” e ben nota ai Catanesi devoti di Sant’Agata, i quali proprio in quel luogo vivono uno dei momenti più suggestivi della festa dedicata alla patrona, è memore di una realtà purtroppo non più esistente. Niente, infatti, nell’area circostante rimanda alla presenza dei francescani. Eppure, proprio in quel luogo, proprio sotto Palazzo della Borsa, è possibile rinvenire le macerie di un convento molto famoso nella Catania settecentesca e della prima metà dell’Ottocento.

LA CHIESA E IL CONVENTO. La Chiesa della Speranza, o Santa Maria della Speranza, fu consacrata solennemente nel 1763 dal Vescovo di Catania, Monsignor Salvatore Ventimiglia. Essa, secondo quanto riportano le fonti documentarie dell’epoca e le poche immagini pervenuteci, sorgeva proprio sulla collinetta che sovrasta l’attuale Piazza Stesicoro, la quale, all’epoca, si trovava fuori delle mura cittadine, nei pressi della Porta di Aci. Il convento, dotato di una ricca selva di conifere, si estendeva sino al Vico delle Fosse, un’area circondata da terreni incolti, che giungeva sino al Laberinto dei Biscari, poi divenuto Giardino Bellini. I Frati Cappuccini si erano insediati in quell’area nel 1622, essendo venuti in possesso della Chiesa di Santa Maria della Speranza e dell’annesso ospizio, lasciati dai Benedettini che nel frattempo si erano trasferiti all’interno del sontuoso monastero, attualmente sede dell’Università di Catania, sito sulla collina di Montevergine. I monaci, tuttavia, si premurarono di dare una mano ai francescani per completare l’arredamento della chiesa e del convento, che negli anni fu arricchito di svariate opere d’arte. 

PALAZZO DELLA BORSA. La Chiesa della Speranza, dove De Roberto ambienta il sontuoso funerale della Principessa di Francalanza, che pare fungesse effettivamente da cimitero, ebbe vita relativamente breve. I Cappuccini, infatti, dovettero lasciare il complesso nel 1866 a seguito della soppressione degli ordini religiosi, voluta dal neo insediato governo sabaudo. Il convento fu adibito a caserma, mentre la chiesa, lasciata al degrado, nel 1921 venne devastata da un incendio. Nel 1927 fu decisa la demolizione del complesso dei Cappuccini, per far posto all’attuale Palazzo della Borsa progettato dall’architetto Vincenzo Patané. La sua edificazione richiese un’impresa impegnativa, iniziata nel 1928 con i lavori per spianare la collina, necessari per gettare le fondamenta, e conclusa cinque anni dopo con l’inaugurazione nel 1933. Come spesso accade, anche in questo caso l’arte cedette il passo alle strutture amministrative dello Stato. Complice il passare del tempo, di questo bell’esempio di arte e architettura catanese oggi non resta neanche la memoria.

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