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Il papà catanese che ha inventato gli “occhi virtuali” per le figlie ipovedenti

Massimiliano Salfi, padre di tre bimbe affette da retinite pigmentosa, e il supporto per disabili

Il papà catanese che ha inventato gli “occhi virtuali” per le figlie ipovedenti

Dal cuore e, soprattutto, da un coinvolgimento emotivo molto forte, per arrivare a una visione migliore del mondo per le sue bimbe e per altri non vedenti o ipovedenti. Ma anche «a una visione più disinteressata e mirata a fare del bene piuttosto che al successo» per sé stesso. È il percorso di Massimiliano Salfi, docente catanese di materie informatiche e biomediche nell’università etnea, papà di tre bambine di cui una - di 10 anni - affetta dalla retinite pigmentosa e un’altra di 5 che comincia a manifestarne i sintomi.

Questo papà informatico ha trasformato un dramma familiare in un’opportunità per tanti. Ed è impegnato, con l’aiuto dei suoi studenti, a realizzare ausilii innovativi per persone con problemi alla vista. Ha in particolare realizzato - ancora in sperimentazione - un sistema occhiali-cintura indossabile e, si spera in futuro, “discreto” col quale, puntando la canna che sta sugli occhiali (attualmente piuttosto ingombranti) verso un oggetto, si può avere vocalmente l’indicazione del colore dell’oggetto indicato, oppure sapere quante banconote si hanno in mano, o ancora, puntandolo su un farmaco, ne viene letto il bugiardino.

«Lo definirei - spiega Salfi - un sistema tipo mattoncini Lego, con cui ognuno si configura, usando lo smartphone o il tablet, quello che più gli serve in base a dove pensa di essere più carente con gli ausilii di cui già dispone e in base all’utilizzo che ne dovrà fare». Ed è questa la novità principale, la rivoluzione di questo papà: «Vorrei che fosse un sistema aperto - sottolinea -, cioè nel momento in cui c’è un esperto di informatica o di elettronica che vuole aggiungere un’ulteriore funzione, si può fare, magari condividendola. Una sorta di tecnologia open-source o open-hardware puntata al sociale: si tratta infatti di software che già esistono perché si usano per scopi commerciali o per i videogiochi, per applicazioni quindi più futili, mentre io le sto canalizzando per un uso sociale e un sistema di assistenza a chi ha problemi di disabilità in genere». Molti di questi ausilii sono ancora in fase di sperimentazione, anche sulla scorta dei preziosi suggerimenti degli utilizzatori finali, «spesso invece tenuti fuori dalla ricerca».

L’unica applicazione che può essere già scaricata dal sito www.veyes.it è un’app per smartphone che fa due cose: «Se si inquadra l’oggetto dice il colore (utile quindi per la scelta di abiti) e sa indicare se nell’ambiente in cui ci trova la luminosità è alta, media o bassa, in modo da potere capire se si sono lasciate le persiane alzate o la luce accesa. Non ho ancora acconsentito - spiega ancora Salfi - a mettere altri dispositivi sul sito perché voglio essere sicuro che non ci sia alcun problema».

L’altro aspetto rivoluzionario sono i costi: «Il prototipo degli occhiali-cintura di cui parlavamo prima - spiega Salfi -, partendo da un vecchio paio di occhiali da sole è costato 40-45 euro. Ma stiamo lavorando a un rilevatore di ostacoli ad ultrasuoni - una sorta di miglioria al bastone bianco che già esiste, ma fa molte meno cose e costa centinaia di euro - che è costato 30-33 euro. Quello che ho fatto è aggiungere dei vibro alle asticelle degli occhiali, per cui quando i non vedenti camminando rischiano di sbattere a destra, vibra l’asticella di destra, se l’ostacolo è a sinistra vibra l’asticella di sinistra e se rischiano di sbattere frontalmente vibrano entrambe. Utilizzando tecnologie open non ci sono licenze da pagare e c’è il solo costo vivo del materiale».

Da ciò deriva pure l’idea di fondare una Onlus «tramite la quale vorrei donare quello che realizziamo. Un modo di portare avanti la mission di combattere la speculazione o il far-business delle aziende che spesso alzano i prezzi». Ma l’Onlus vuole anche essere di supporto alle famiglie, con consulenze psicologiche perché, come nota Salfi, «l’aspetto psicologico, se non ben gestito, a volte è più devastante della malattia stessa» e avviare contatti con le scuole «per sensibilizzare le persone, visto che oggi in classe o negli uffici c’è parecchia ignoranza nella gestione del non vedente».

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