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Giorgio Zuffanti, un archistar a New York: «Cambiare vita per cambiare le città»

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Giorgio Zuffanti, un archistar a New York: «Cambiare vita per cambiare le città»

Di Andrea Lodato

Catanesi in giro per il mondo, tanti. E, spesso, catanesi che esportano il loro talento, la loro preparazione, i loro studi. E anche la loro fantasia, che può essere, aldilà di ogni luogo comune, anche quel valore aggiunto, quel quid che fa la differenza e ti fa diventare protagonista. E’ il caso di Giorgio Zuffanti, architetto bravo, ma davvero bravo, partito da Catania per la Cina e sbarcato trionfalmente a New York. Una storia speciale.

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Giorgio, partiamo dalle tue radici.

«Sono nato a Catania, ho frequentato il Liceo Artistico Statale indirizzo Architettura e mi sono laureato in Architettura presso l’Università di Catania con sede a Siracusa. Direi che Catania e la Sicilia mi hanno accompagnato in tutta la mia formazione. La Sicilia con tutte le sue bellezze ha influenzato positivamente la mia formazione e la mia cultura. Ho avuto sempre una grande voglia di fare le cose, e sono stato spinto da grandi passioni, però queste caratteristiche spesso sono un limite soprattutto nella nostra terra, quindi ho deciso di cercare ambienti più stimolanti all’estero per la mia crescita professionale».

Sembra un po’ una simpatica provocazione o una nemmeno celata allusione ai fatti e ai problemi delle nostre città siciliane, Catania compresa, la scelta della tua tesi sperimentale sulla riqualificazione urbana della periferia. Anche se il soggetto era Pechino, non Librino di Catania, lo Zen di Palermo o Giostra di Messina. Com’è nata quell’idea?

«Mi è sempre interessato trovare la forma nelle cose trascurate. Abbiamo ereditato una terra meravigliosa, ricca di storia e architettura ma sfortunatamente negli ultimi cinquant’anni abbiamo creato periferie inabitabili, violentato i nostri centri storici e deturpato il nostro territorio. Purtroppo l’architettura spesso è stata complice delle differenze e della segregazione, e Catania ne è un esempio molto profondo. Sono andato a Pechino nel 2009 per un Workshop di Architettura Internazionale, invitato dall’Università di Architettura la Sapienza di Roma. Il tema era proprio la Riqualificazione di Fatou city, nella periferia di Pechino. Quando arrivai in Cina, rimasi chiaramente colpito dalle sue enormi contraddizioni, la tradizione dell’architettura millenaria Cinese che dialoga con una contemporanea e travolgente architettura. Ma girando per le città era sempre più percepibile la diseguaglianza ed il dislocamento. Rimasi folgorato da quell’esperienza e decisi di approfondire il tema, e tornai a Pechino l’anno successivo per sviluppare la mia tesi di Architettura, grazie alla collaborazione del prof. Bruno Messina dell’Università di Catania».

Dal primo viaggio in Cina praticamente la tua carriera è stata uno straordinario crescendo in giro per il mondo.

«Negli ultimi dieci anni ho avuto la fortuna di visitare tanti incredibili luoghi in giro per il mondo. Ognuno di questi viaggi mi ha lasciato qualcosa di veramente profondo. In Asia dieci anni fa era tutto un po’ diverso da ora, alcuni luoghi erano quasi non contaminati dalla globalizzazione e l’entusiasmo, la curiosità e la disponibilità’ delle persone era incredibile e mi ha colpito profondamente. Ci sono stati tanti luoghi e tante persone che mi hanno trasmesso emozioni incredibili che conservo sempre nella mia memoria. Ricordo con grande piacere una delle mie prime esperienze professionali, dove mi ritrovai nel deserto della Mongolia, ospite delle autorità locali per presentare un progetto per un Hotel. Fu un’emozione incredibile e divertente. Il confronto internazionale, sia durante gli anni della formazione che durante la professione è stato fondamentale, perché mi ha permesso di migliorarmi, di lavorare con metodi differenti e soprattutto mi ha liberato da molti pregiudizi. Queste esperienze si sono tradotte in un modo di lavorare personale».

Sei partito dall’Estremo Oriente e sei arrivato, forse inevitabilmente, agli States. Oggi lavori a New York come associato da Gensler, il più grande studio di architettura Usa.

«Il mio “viaggio” è stato lungo e intenso, pieno di difficoltà ma ricco di soddisfazioni. Ho sempre trovato avvincente per la mia professione, misurarmi con culture diverse. Mi ritengo molto soddisfatto per aver avuto la fortuna di lavorare in paesi completamente diversi tra loro per cultura e tradizione come la Cina e gli Stati Uniti. Continuo a lavorare sempre con grande passione e determinazione e la Sicilia è sempre parte di me e del mio lavoro. Oggi più che mai mi manca molto la Sicilia e soprattutto la mia famiglia, che per fortuna continua sempre a sostenermi in tutte le mie scelte».

Di cosa ti occupi adesso?

«Il mio ruolo come Designer Associato a Gensler consiste principalmente nella progettazione di spazi Commerciali-Retail, e dello sviluppo del business con nuovi clienti. Come Retail Designer cerco di creare soluzioni innovative che soddisfano le esigenze estetiche, culturali e di marketing dei clienti. Amo seguire il processo creativo in tutte le sue fasi, coinvolgendo costantemente il cliente, cercando di arrivare insieme ad un risultato positivo in termini di budget e tempistiche. Ultimamente ho anche la fortuna di misurarmi con progetti commerciali di grande scala architettonica in giro per il mondo. Trovo sempre stimolante misurarmi con progetti diversi e soprattutto in luoghi e culture diversi».

Tu non ti senti un cervello in fuga e, in fondo, davvero non lo si è quando, come nel tuo caso, si lavora conservando sempre l’amore e l’interesse per la propria terra a disposizione della quale si possono mettere anche da lontano competenze, esperienze, preparazione e professionalità. E tu Catania, come si dice da queste parti, ce l’hai sempre ‘nto cori. E forse in qualche progetto.

«Assolutamente non mi sento un cervello in fuga, oltretutto è un termine che non amo molto. Il concetto di ‘fuga’ mi fa un’enorme paura, anche se la triste realtà è che molti giovani professionisti negli ultimi anni sono stati costretti a lasciare spesso la Sicilia e l’Italia. La mia voglia di vedere realizzare le mie idee il prima possibile mi ha portato a scommettere su altri Paesi che hanno la mia stessa impazienza di crescere e cambiare. Inevitabilmente la mia storia e la mia cultura fanno parte sempre del mio processo creativo e nella scelta dei materiali. Mi ritengo enormemente fortunato ad essere cresciuto in Sicilia, terra ricca di cultura ed architettura straordinaria.

Ma credi, da architetto, che davvero queste nostre benedette e maledette città possano essere trasformate, migliorate, rese più belle, prima di tutto, e più vivibili.

«L’Architettura dovrebbe essere emozionante e farci ricordare le cose che contano, con il rispetto del passato ma che abbia una rilevanza per chi lo abita oggi e per chi lo abiterà domani. Le nostre città devono diventare patrimonio comune in grado di creare un rapporto intimo tra persone, luoghi e spazi, con un linguaggio comprensibile a tutti e sempre diverso perché’ ispirato al territorio. Credo sia importante mettere in discussioni le convenzioni del quotidiano, delle istituzioni e delle città. Perché in un mondo che cambia in modo rapidissimo, rischiamo di creare spazi e edifici obsoleti. Dobbiamo pensare e realizzare spazi e edifici interpretabili da chi verrà dopo di noi. Si tratta di dare un senso sociale all’architettura e collegarla a una cultura più ampia, a uno scenario economico e politico a venire. Spero davvero che possiamo cambiare le nostre città, ma serve prima di tutto cambiare il nostro modo di vivere le nostre città. Un approccio contemporaneo deve partire dall’amore sincero per la città. Bisognerebbe trasformare gli spazi urbani e pensare come riutilizzarli, perché oggi più che mai che siamo stati colpiti da una tremenda pandemia, siamo obbligati a pianificare il futuro per rivedere la funzione dei luoghi pubblici. Questo periodo ci insegnerà a capire come riadattare la vita urbana. Con azione e soprattutto il linguaggio eterno dell’arte si possano trasmettere messaggi positivi. Rompere gli schemi di una realtà che deve mutare, per esaltare la bellezza che è l’unica forza che abbiamo.

Giorgio, teoricamente avremmo tutte le carte in regola per vivere, come ricordi tu, anche di turismo. Il clima, le bellezze naturali, i monumenti, e il calore umano. Che cosa aggiungeresti subito?

«Vivendo all’estero sono molto contento quando qualche collega ed amici mi chiedono consigli per organizzare le loro vacanze in Sicilia. Naturalmente tutti rimangono affascinati, dalla nostra bellezza, dai nostri profumi, dal nostro meraviglioso cibo e dal calore incredibile delle persone. Ogni volta ricevo la stessa domanda, come fai a vivere qui a New York? La mia risposta è sempre molto complicata, perché è molto complesso trasmettere il concetto della valorizzazione della tua professione e dei tuoi sacrifici. Credo sia difficile aggiungere qualcosa alla Sicilia, magari servirebbe cambiare qualcosa, avere maggiore rispetto e orgoglio per la nostra terra. Da spettatore lontano vedo spesso molte cose negative e scelte discutibili. Molte città europee e internazionali stanno cambiando e si stanno evolvendo grazie alla cultura e all’innovazione, forse servirebbe studiare qualche modello vincente, cercando di farlo nostro.

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