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La bomba atomica che contaminò anche la Sicilia

Nel 1960 il test nucleare voluto da Charles De Gaulle, la nube contaminata di Cesio 137 e Iodio 131 dall'Algeria sospinta dal vento raggiunse anche la Sicilia Occidentale. All’epoca la Francia non rivelò quanto accaduto

La bomba atomica che contaminò anche la Sicilia

Una vera e propria Chernobyl dimenticata che, 26 anni prima dell’incidente in Ucraina, contaminò la Sicilia Occidentale con conseguenze ancor oggi pressoché sconosciute.

E’ quanto emerge dai documenti di recente desecretati dal ministero della Difesa di Parigi nell’ambito di un processo per i risarcimenti richiesti dal personale dell’esercito che ha lavorato nei siti nucleari francesi.

E potrebbe anche non essere l’unica visto che, tra il 1960 e il 1966, la Francia ha condotto ben 17 test nucleari nel Sahara algerino e che solo del primo – quello del 13 febbraio del 1960 – sappiamo ora con certezza che la nube radioattiva – il cosiddetto fallout – arrivò, dopo tredici giorni, anche in Sicilia, contaminando tutta la Sicilia Occidentale.

Il documento desecretato dal ministero della difesa francese si riferisce alla prima esplosione nucleare dei transalpini nel Sahara algerino, il cosiddetto Gerboise Bleue, perché i francesi amavano denominare i test con il nome di un roditore del deserto e con un colore. Quell’esperimento fece entrare la Francia nel club delle potenze nucleari dopo Usa, Urss e Gran Bretagna (la Cina lo diventerà solo quattro anni dopo, nel 1964).

La bomba Gerboise Bleue aveva una potenza di circa 70 kilotoni e cioè quattro volte quella che rase al suolo Hiroshima il 6 agosto del 1945 ponendo fine alla Seconda Guerra Mondiale.

Fu fatta esplodere nel poligono di Reggane, in un’area del deserto algerino comunque abitata da migliaia di persone e attraversata da carovane di nomadi. Negli anni successivi in quelle aree vi fu un’impennata di casi di tumore e di malformazioni. Ma la nube radioattiva sospinta dai venti si spinse fin sulle coste spagnole e in tutta la Sicilia Occidentale, tra le province di Agrigento, Caltanissetta, Trapani e Palermo.

Nel documento del ministero della difesa transalpino si fa riferimento a tassi di radioattività «relativamente bassi» e «generalmente molto deboli» ma il vero problema è che all’epoca i limiti consentiti erano molto più alti rispetto a quelli che oggi sono stabiliti negli accordi internazionali. Antonio Vanadia, ambientalista e naturalista agrigentino, l’uomo che ha cercato a lungo di diffondere quel documento in Sicilia, si chiede ad esempio se in questa area della Sicilia vi sia stato un aumento dei casi di tumore legati ad esempio al cesio 137 o allo iodio 131. Una domanda a cui è pressoché impossibile rispondere perché negli anni Sessanta e Settanta l’approccio sulla questione cancro, dalla prevenzione, alla cura ma anche alla semplice statistica, era davvero ai primordi.

Va detto che i progressi della medicina hanno comunque dimostrato che anche basse dosi di radiazioni possono provocare malattie gravi anche venti o trenta anni dopo. Ed è su questo che i militari francesi stanno chiedendo i risarcimenti allo Stato francese.

Sta però di fatto che all’epoca, siamo nel 1960, in pieno conflitto franco algerino, la Francia ha mentito sulle conseguenze di quel test. La nube radioattiva, secondo i documenti del ministero della difesa francese, sarebbe arrivata in Sicilia e nella Spagna meridionale, dopo tredici giorni dall’esplosione. Gli stessi documenti dicono che i livelli di contaminazione raggiunsero livelli pericolosi di Iodio 131 e di Cesio 137, isotopi radioattivi, in Ciad, a circa duemila chilometri a sud est dal luogo dell’esplosione (una distanza simile a quella che vi è con la Sicilia, anche se il fallout radioattivo dipende in larga parte dal vento). Sta di fatto che si tratta di elementi che sono tra le cause di tumori o di malattie cardio-vascolari. Tra il 1960 e il 1996, la Francia ha effettuato 210 test nucleari tra Algeria e Polinesia e un numero elevato di personale, presente durante i test, ha sofferto il cancro e di altre malattie. E questo documento ammette come la contaminazione nucleare di Gerboise Bleue potrebbe non essere stata l’unica perché in almeno altri quattro casi – sempre nei test in Algeria – c’è stata una emissione non controllata e comunque pericolosa nell’atmosfera di materiale radioattivo. Il tutto a meno di duemila chilometri dalla Sicilia.

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