Notizie locali
Pubblicità

Politica

Governo a un passo dalla crisi, ultima parola a Conte

Letta, se Draghi cade si vota. Salvini, parola passi a italiani 

Di Chiara Scalise

ROMA. A un passo dalla crisi, Giuseppe Conte ha ancora poche ore per decidere che fare. Non sono bastate le promesse di un nuovo patto sociale e di nuove misure contro i bassi salari a convincere il M5s e alla vigilia del voto di fiducia in Senato il partito resta diviso e incerto: confermare il proprio sostegno al governo, astenersi o uscire dall’Aula sancendo la rottura. Senza un appoggio chiaro, avrebbe infatti ribadito Draghi direttamente a Conte nel corso di una telefonata, l’esperienza del governo sarebbe da considerarsi finita. Il Pd e la Lega lo mettono a verbale, qualsiasi strappo segnerebbe la fine dell’esperienza a Palazzo Chigi. E si andrebbe - avvertono Salvini e Letta - dritti verso nuove elezioni. 
 La difficoltà di prendere una decisione per il M5s è evidente: il Consiglio nazionale, convocato di buon mattino, dopo cinque ore è costretto ad aggiornarsi. i vertici torneranno a vedersi in serata, e poi si riuniranno anche senatori e deputati. L’interruzione si rende necessaria per provare a capire quali spiragli ci siano di mediazione. Conte sente quindi il premier che resta irremovibile sulle posizioni espresse pubblicamente il giorno prima in conferenza stampa, o dentro o fuori. La stella polare dell’esecutivo è «fare», su gran parte dei nove punti dell’agenda cinquestelle il premier ha dichiarato di registrare «convergenze» ma quello che viene considerato inaccettabile è ricevere diktat, da chiunque. 
 E la palla torna inesorabile nel campo dell’avvocato: 'farò quello che possò, avrebbe chiosato al termine del colloquio, secondo quanto riferito in ambienti parlamentari. Ma Conte si trova di fronte ad un bivio cruciale: chiedere di votare sì nell’Aula di Palazzo Madama ai suoi e rischiare di spaccare senza ritorno il Movimento, compromettendo la sua leadership. Oppure assecondare chi da giorni è in pressing per consumare una rottura definitiva con Palazzo Chigi. 
 Ma le pressioni che si esercitano su Giuseppe Conte non sono certo solo interne. Il segretario del Pd indica una «svolta" nell’azione del governo che sarebbe irresponsabile non sostenere: «metterlo a rischio ora sarebbe paradossale», dice anche lui ai suoi deputati e senatori convocati subito dopo pranzo in una riunione congiunta a Montecitorio. Da parte del Pd non ci sono ricatti né ripicche ma se il M5s fa cadere il governo si «va al voto». E il sospetto dei Dem è che ormai questo sia anche l’obiettivo del centrodestra. Lo dice chiaramente Giuseppe Provenzano, il vice segretario: «stanno provando a cogliere l’attimo, ai 5S chiediamo di non fargli questo regalo». 
 Salvini professa lealtà ma assicura anche di non essere disponibile a fare la caccia ai «responsabili» in Parlamento. "Meglio - dice - far votare gli italiani che far passare loro 9 mesi sulle montagne russe. Se i 5 stelle faranno una scelta parola agli italiani». 
 Ma dentro la Lega affiorano posizioni più prudenti: il governatore del Veneto Zaia e quello della Lombardia Attilio Fontana - arrivati a Roma per incontrare proprio Draghi e parlare delle olimpiadi invernali Milano-Cortina - affermano chiaramente di puntare sulla continuità. «Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda - risponde ai cronisti il primo - al presidente Mattarella che, come prevede la Costituzione, sentirà le forze politiche, vedrà i numeri e deciderà». Ancora diversa, a dire il vero, la posizione di FI: prima Silvio Berlusconi e poi Antonio Tajani si dicono convinti che anche senza il M5S i numeri ci siano per continuare». Ma quello che «non può' esserci - aggiungono - è un altro presidente del Consiglio». 
 

Pubblicità
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA