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Politica

Il “circo” della politica siciliana trasloca a Roma: Musumeci tra crisi e ricandidatura

Gelo da Lega e lombardiani sul mandato bis, mentre sulla linea di Micciché (contrario al mandato bis del governatore) Forza Italia è divisa

Di Mario Barresi

Quando, poco prima delle 14, la sfilata dei delegati regionali arriva alla lettera emme, a Montecitorio per qualche minuto è un incrocio dei destini di Sicilia.
«Miccichè Gianfranco è assente», si legge nel display.  «Musumeci Nello è presente», invece, mentre le telecamere lo inquadrano che incede altero verso il catafalco. Prima, seconda terza “chiama”:  l’altro grande elettore siciliano non c’è.  Il presidente dell’Ars, nel frattempo, è a pranzo con Maurizio Gasparri, il big forzista più convinto che la ricandidatura del governatore sia la tattica migliore per far rivincere il centrodestra nell’Isola. Nel tardo pomeriggio Gianfranco Miccichè verrà poi avvistato in zona Pantheon, al bar Sant’Eustachio, in un aperitivo trasversale con i grillini Giancarlo Cancelleri e Nuccio Di Paola. Il terzetto chiacchiera di «elezioni del presidente della Repubblica», ma anche di «cose di casa nostra». E si saluta - impugnando rispettivamente un Aperol Spritz, un Negroni e un Campari Spritz - con un brindisi. Dal contenuto top secret.

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Un po’ per voyeurismo quirinalizio, un po’ per realismo darwiniano: il circo della politica regionale trasloca a Roma. Rappresentanti istituzionali e leader di partito, assessori e deputati regionali, mogli e portaborse, presunti spin doctor e kingmaker, aspiranti stregoni e prezzemolini esistenziali. Sono tutti lì, o stanno per arrivare. Con il tendone piantato alla Camera e frequenti ostensioni  di green pass all’ingresso di bar e ristoranti della zona.
La questione, però, non è antropologica. È squisitamente politica.

Non a caso è stato per primo Nello Musumeci ad aver cambiato il terreno di gioco della crisi del governo regionale. Dai polverosi campetti siciliani, dove rischia di prendere soltanto calci negli stinchi dagli alleati, la partita s’è spostata sul manto erboso dell’Olimpico. E il governatore ha subito messo a segno l’accordo con Giorgia Meloni: prima l’appoggio della leader patriota alla ricandidatura, con invito alla coalizione a convergere sull’uscente; poi ingresso del presidente della Regione nel partito, che si federerà con DiventeràBellissima. Nelle rispettive chat regionali, però, ribolle il tema delle liste in comune per l’Ars. Ed emergono già i derby fratricidi a Palermo (l’uscente Alessandro Aricò e l’ambizioso Marco Intravaia contro gli amici di Giampiero Cannella, Raoul Russo e Carolina Varchi), a Catania (i fedelissimi del governatore e di Ruggero Razza più l’uscente Giuseppe Zitelli sbattono sullo zoccolo duro di Salvo Pogliese, con Manlio Messina in mezzo ma con la valigia in mano), a Messina (singolar tenzone fra Pino Galluzzo ed Elvira Amara), ma anche a Ragusa e ad Agrigento, con le fragili ambizioni dei meloniani minacciate dagli ingombranti Giorgio Assenza e Giusi Savarino. Ma la questione - un trapianto a rischio rigetto - sarà affrontata a tempo debito.

 

 

L’esito del vertice con Meloni (virtuale perché lei non c’era, ma concreto nei contenuti) rilancia però con forza le quotazioni del governatore nel borsino per Palazzo d’Orléans. La linea della leader sovranista nasconde una strategia segreta («Non possiamo lasciare la Sicilia a Salvini»), ma esplicita un concetto difficile da smontare: «Nel centrodestra è prassi che l’uscente, a meno che non abbia fatto disastri, sia ricandidato». Ed è questo, con la clausola dell’impegno di Musumeci a «risolvere la crisi e ricompattare la maggioranza», il beneficio dell’accordo. Il quale non prevede però, come filtra da ambienti patrioti, che «Giorgia vada a morire per Nello, rompendo con gli alleati per imporre un candidato alle Regionali a cui lei tiene meno di quello che chiederà in Lazio».

L’urgenza, adesso, per Musumeci è difendersi dalle contromosse degli alleati. In Sicilia e a Roma. E un primo assaggio di ciò che l’aspetta l’ha avuto ieri mattina, nel colloquio in un bar della Galleria Sordi con Nino Minardo. Ufficialmente viene fuori un comunicato stampa di Palazzo d’Orléans. Un imbarazzato mostro a due teste. Nella prima parte si riferisce che il segretario regionale della Lega «ha riconfermato la volontà di proseguire nell’impegno di governo fino a fine legislatura»; nella seconda (posticcia?) s’insinua, su carta intestata della Regione, il beneficio del dubbio sullo scenario futuro: Minardo «si è riservato di confrontarsi con il partito in Sicilia e con il leader Salvini prima di esprimersi sulla ricandidatura» del governatore. Il (brutale) contenuto dell’incontro? Musumeci, ridimensionando un po’ la portata dell’accordo con Meloni, chiede al leader salviniano di Sicilia l’adesione al progetto di «giunta elettorale», ovvero «quella che farò con chi mi appoggia per il mio secondo mandato». Sull’azzeramento Minardo gli consiglia di «lasciare tutto com’è», anche perché in caso di rimpasto alla Lega, con sette deputati all’Ars, spetterebbe un secondo assessore. Sull’aut aut il deputato modicano è altrettanto schietto: se il prezzo è il via libera al bis, il Carroccio è pronto a non rientrare in giunta. Il gelo sarebbe calato alla richiesta finale del governatore: un incontro con Matteo Salvini. «In questi giorni ha ben altri pensieri, ma ci proviamo. Ti faccio sapere...». Da fonti leghiste, però, si apprende che il Capitano, «costantemente informato sull’evoluzione della situazione siciliana», sarebbe piuttosto innervosito dal patto Meloni-Musumeci. E ha soltanto rimandato al post Quirinale la sua presa di posizione.

 

 

Il governatore in versione capitolina oggi incontrerà il leader nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa, confidando nella conferma dello scambio di amorosi sensi avuto a Palermo con Decio Terrana. Ambienti centristi, però, riferiscono di una «tattica attendista». Dall’Isola si esprime il segretario degli Autonomisti, Roberto Di Mauro. Sibillino: «È legittimo che Musumeci aspiri a ricandidarsi ed è coerente ideologicamente la liaison con FdI. Constato, però, che da mesi non riesce a dialogare cogli alleati».

Chi invece non ha problemi di mutismo è Miccichè. A chi lo chiama in mattinata per provocarlo sul patto con Meloni risponde: «In questi giorni ho scoperto un’altra differenza fra i palermitani e i catanesi. I primi, anche se invocati come Mattarella, si tengono in disparte. Qualcuno fra i secondi, invece, è convinto che l’autocandidatura o la candidatura dall’alto sia utile per vincere una partita persa...». E a chi invece insiste per convincerlo della bontà del Musumeci-bis (come Adolfo Urso, presidente meloniano del Copasir, fra i filo-Nello più attivi assieme a Ignazio La Russa) al telefono rivela il contenuto più crudo dell’ultimo vertice a Catania: «Caro Nello, se tu ti vuoi suicidare fai pure. Noi non siamo kamikaze e non ti seguiremo».

 

 

Eppure il viceré berlusconiano di Sicilia deve difendersi dal fuoco amico. C’è chi è pronto a giurare che ieri, in un capannello di parlamentari in Transatlantico, il senatore Gasparri, capocorrente dell’assessore forzista Marco Falcone, avrebbe sostenuto che «la linea del partito in Sicilia non è quella di Gianfranco». Siparietto precedente al pranzo chiarificatore, dopo il quale le posizioni si avvicinano, ma non troppo. «Io, come la Ronzulli e Tajani, non siamo solo di Forza Italia, siamo della famiglia Berlusconi», è la tesi esposta da Miccichè a chi lo mette in guardia sulla manovra di isolamento. Il presidente dell’Ars è più lucido che mai: sa che è un rischio chiedere al Cav, come si faceva per i gladiatori al Colosseo, di alzare o abbassare il pollice per Musumeci. Ma, oltre al trentennale rating presso Arcore, conta su due certezze. La prima è l’asse di ferro con la Lega e con Raffaele Lombardo. La seconda è il suo mantra preferito: «Musumeci non lo vuole più nessuno. E a Roma tutti, compresa la Meloni, prima o poi se ne renderanno conto». Anche a costo di chiarirlo con un’imminente uscita ufficiale.

Twitter: @MarioBarresi

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