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Catania: alla scoperta del “piano segreto” del Monastero dei Benedettini

Di Giuseppe Tiralosi |

«Ci staresti sempre, al convento?» «Sì,» rispose egli. «È bello stare a San Nicola!…». I monaci infatti facevano l’arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse ciascuna come un melone, le olive imbottite, i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e pei gelati, per lo spumone, per la cassata gelata, i Padri avevano chiamato apposta da Napoli don Tino, il giovane del caffè di Benvenuto. Le cantine di San Nicola erano ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare i morti. Padre Currera, segnatamente, una delle più valenti forchette, si levava di tavola ogni giorno mezzo cotto, e quando tornava in camera, dimenando il pancione gravido, con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d’oro posati sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e notte sotto il letto, al posto del pitale.

Federico De Roberto ne “I Viceré” non le mandava a dire: i monaci Benedettini del Monastero di San Nicolò l’Arena erano dei sordidi mangioni dediti agli eccessi. Ma non è sempre stato così. I ragazzi di Officine Culturali ci hanno svelato in anteprima “il Piano segreto dei Benedettini”, un percorso guidato che sarà inaugurato e aperto al pubblico il 12 gennaio.

UNA VITA MONASTICA DIMENTICATA. Nel 1547, prima di trasferirsi presso il monastero di Catania, i benedettini accolsero tra le loro mura di San Nicolò a Nicolosi il monaco Benedetto Fontanini da Mantova. Lì Fontanini scrisse “Il beneficio di Cristo”, un testo fortemente influenzato dalle tesi di Lutero, dal pensiero di Juan de Valdés e del movimento degli Spirituali, e che da quel momento sarebbe costato all’autore la condanna come eretico e la persecuzione da parte della “Santa Inquisizione”. Una vicenda che permette di comprendere quanto i monaci benedettini fossero attenti alle questioni affrontate dalla Riforma, e che delinea dei profili e un modus vivendi profondamente diversi da quelli descritti da De Roberto. Il monastero di Catania, così com’era stato concepito nel 1958, era quindi perfettamente rappresentativo di un momento storico, politico e religioso molto particolare. La nostra personale guida Claudia ci spiega che «oggi però, quel monastero nato il 28 novembre del 1558 non esiste più, dopo che il terremoto del 1693 ne ha cambiato radicalmente la fisionomia». A seguito della terribile eruzione del 1669 e del devastante terremoto del 1693, i benedettini furono infatti costretti a ricostruire il monastero utilizzando come terrapieno tutto ciò che era crollato, sostenendolo attraverso tecniche e strutture particolari costituite da “muri e archi rampanti”. «Esiste tuttavia un’intercapedine cinquecentesca di circa due metri che sta tra il piano seminterrato e il primo piano dell’attuale monastero e che venne trovata durante i lavori di recupero del monastero da Giancarlo De Carlo, che ha riportato le tracce dell’edificio originario».

IL “PIANO SEGRETO”. Nel corso dei lavori di “svuotamento” delle parti sotterranee sulle quali i monaci avevano costruito il “nuovo” monastero, sono state rinvenute “tracce” che oggi ci permettono di ricostruire la “fabbrica cinquecentesca” dei Benedettini, e di immaginare la composizione degli spazi vissuti dai monaci: il refettorio, la biblioteca, l’infermeria, i dormitori per i forestieri. Muniti di casco, torcia e abiti comodi, arriviamo quasi a strofinarci per terra, seguendo un percorso che si muove tra narrazione e speleologia, tra i racconti delle vite monastiche dimenticate e le macerie lasciate dal terremoto.  «Questo percorso prevede la visita di ambienti molto differenti: il vero sotterraneo del monastero si trova sotto il chiostro di ponente in cui campeggia la Fontana dei Marmi (leggi l’articolo sul capomastro che scoprì la fontana qui); quando invece si attraversa il “piano segreto” si ha la sensazione per oltre 45 minuti di trovarsi “al di sotto”, in un seminterrato in cui c’è il rischio che la claustrofobia prenda il sopravvento, mentre in realtà siamo all’altezza del piano del cortile. È un percorso a tratti straniante per i sensi». Ci troviamo di fronte ai crolli, agli avvallamenti, ma anche ai resti dei pavimenti originali «composti da mattonelle che dall’alto formano cubi tridimensionali con composizioni geometriche che richiamano quelle della Basilica di Santa Giustina a Padova e agli ambienti monastici di ispirazione valdese». Gli stucchi danno la possibilità di ipotizzare quali fossero i motivi decorativi che animavano l’edificio e come si presentava agli occhi di chi visitava il monastero. Secondo le ricostruzioni, il marmo bianco di Carrara non caratterizzava soltanto il colonnato che oggi vediamo, ma anche un “ordine secondo” composto da magnifiche statue.

IL MESTIERE DELL’UMANISTA. Tra un attraversamento architettonico e l’altro, raggiungiamo infine in quelli che oggi sono i depositi della biblioteca del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Volgiamo lo sguardo verso fughe prospettiche che mostrano una raccolta libraria che conta oltre 400.000 volumi, ed è forte la tentazione di sfogliare i testi più antichi o quelli dai rivestimenti più segnati dal tempo. «Visitando questo luogo abbiamo l’opportunità di spiegare inoltre qual è il “mestiere dell’umanista” e il materiale sul quale lavora. Gli studenti dell’Università entrano per la prima volta dall’altra parte della fabbrica che non vedono, capiscono fino in fondo come funziona il loro Dipartimento». Usciamo. Dopo quasi due ore di visita, Claudia gira la chiave e ci saluta con una confessione. «La scelta di denominare il percorso “Il piano segreto dei Benedettini” gioca proprio su questa ambiguità: tra uno spazio che quasi nessuno ha mai visitato, e la storia di una riforma interna compiuta dai monaci a livello teologico raccontata da Benedetto Fontanini e ripresa anche dal romanzo “Q” di Blisset. Sfatiamo il mito: non c’è nessun “tunnel segreto” tra un monastero e l’altro, o un inconfessabile segreto da rivelare». Non ci rammarichiamo. Spesso le cose vere sono più affascinanti di quelle immaginate.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA