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L'amore per il mare di Patrizia Maiorca: «Cerco di ridargli ciò che mi ha regalato»

La figlia del "dio del mare" Enzo, racconta il suo magnifico rapporto con questo elemento della natura amato in tutte le sue sfaccettature e il suo rapporto con l'ambiente

Di Seby Spicuglia

Patrizia Maiorca, siracusana doc, è figlia di un dio del mare, Enzo, pluricampione mondiale di immersione scomparso nel 2016, e sorella di una sirena, Rossana, campionessa d’apnea, morta per un tumore nel 2005. Se Enzo è volato nell’empireo degli dei dello sport, della sorella Patrizia esiste una statua che la riproduce in fattezze da sirena posizionata nei fondali del Plemmirio, a 18 metri di profondità. Nelle vene di Patrizia scorre acqua marina e, geneticamente, anche lei sembra sempre sul punto di trasformarsi in pesce: non per nulla nel corso della sua carriera agonistica sprofonda dai -35 metri della prima immersione ai -70 del 1987, record in assetto variabile.

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 «Mia sorella nacque in ospedale mentre io, nel 1958, fui una delle ultime ortigiane nate in casa. Una di quelle, come si usa dire, “ro’ scogghiu».

Mi racconta del suo rapporto col mare?
«In ogni ora del giorno, dalla finestra, il mare era il nostro primo sguardo: largo, aperto, infinito. Ma non solo la vista: il mare, per noi, era anche l’udito. Quando c’erano le sciroccate, le “grecalate”, dalla finestra della mia stanza arrivava anche il rumore, il rombo violento delle tempesta. Poi, da ragazzina, ricordo il po-po-po dei pescherecci che facevano ritorno».  

Cosa raccontava, il rumore del mare?
«Quando nostro padre ci portava a passeggio lungo il periplo di Ortigia, per noi il mare era un nonno che raccontava le sue storie meravigliose attraverso la bocca di papà».

Ricorda il suo primo contatto fisico col mare?
«Sì. Eravamo ad Ustica, e papà era ospite di una rassegna di attività subacquee. Lui era già campione del mondo, ma in quell’occasione si tuffò giù dalla barca per puro relax. Un suo amico era incaricato di badarmi, ma fu un attimo: non avevo mai nuotato in vita mia, ma il mare, luccicante, azzurro, fu come se mi chiamasse. Non ci pensai un attimo, mi gettai in acqua e mi mossi a bracciate. Fu il mio battesimo sottacqua».

Papà era un mito anche per voi familiari?
«Sì certo, era colui che aveva sfidato gli abissi e penetrato la loro anima. Le racconto una cosa: avevo 5 anni, e lui durante un allenamento si era forato i timpani. Dopo cena accese una sigaretta – sebbene non fumasse - e fece uscire il fumo dalle orecchie. Io e mia sorella ammutolimmo, sembrava davvero un essere mitologico».

 

 

Le avranno detto centinaia di volte che il suo aspetto è più nordico che del Sud. Le chiedo: in cosa si sente profondamente siciliana?
«La passione che metto in ogni cosa. Il temperamento caldo e aperto nei confronti di chi mi circonda. E poi un’indole fiduciosa. I siciliani sono affatto chiusi, anzi. Sono persone generose e spontanee, e in questo mi sento profondamente siciliana».

Che cultura le ha trasmesso, suo padre?
«L’amore per la cultura classica. Ma devo dirle che in tal senso l’influenza maggiore mi è arrivata da mia madre. Papà, mettiamola così, si è appoggiato molto a mia madre e culturalmente si è “formato”con lei. Mamma era una persona di grande cultura».

Suo padre aveva uno sguardo profondissimo, penetrante, attento. Da ragazzina capitava che magari chi le facesse il filo temesse questo essere imponente, mitologico?
«Certo - ride –. Anche se il mio ricordo di lui “imponente”, “alto”, era legato più al mio essere bambina. In realtà era lato 1 metro e 75, però sì, imponeva timore e rispetto tra i miei coetanei».

La guardo in viso e non posso non chiederle se le capiti mai, specchiandosi, di pensare “cavolo, sono mio padre”? E’ identica.
«Frequentemente. Ma lo noto anche nel modo di gesticolare, di parlare, nelle espressioni del volto che sono identiche alle sue».

Lei come ha vissuto quella fase della vita di suo padre più crepuscolare, quando con l’età il fisico gli ha impedito di compiere gli stessi record di un tempo, o anche soltanto di affrontare il mare nella stessa maniera?
«È avvenuto negli ultimi 4 anni della sua vita, quando ha avuto un problema cardiaco importante. L’attività subacquea gli era stata vietata, e così doveva limitarsi a fare il bagno, indossare la maschera e fare snorkeling. Quando poi anche questo gli è diventato impossibile, verso la fine, ci recavamo al Belvedere San Giacomo e si limitava a guardare il mare. Anche solo questo, ricordo, bastava a dargli momenti di felicità, serenità, ampiezza, respiro».

L’argomento è doloroso, ma proviamo ad affrontarlo. Ad un certo punto sua sorella, la sua compagna di crescita, si è spenta per un brutto male. E a quel punto, di fatto, si è trasformata in una sirena. Una statua con le sue sembianze, in forma appunto di sirena, è stata immersa nel mare del Plemmirio.

«La statua di Rossana è come se viva. Il mare, in qualche maniera, l’ha fatta propria. L’ha riempita di animali marini, di concrezioni… È come guardare Rossana risalire da una delle sue immersioni in apnea».

 

 

Cosa prova quando si immerge e si ritrova faccia a faccia con sua sorella?
«Mi capita spesso, quando lo faccio, di trovare una cerniotta posizionata dietro la coda della sirena, quasi animandola. Oppure le nuvole di castagnole che circondano il viso di mia sorella. È bellissimo».

È sempre stato così?
«No. Quando la statua è stata calata, in quel momento ha prevalso il dolore. Non ho avuto il conforto di vederla ancora presente e viva tra di noi… È difficile da spiegare: all’inizio è come se lei fosse “bloccata” lì per sempre, una sensazione quasi negativa. Poi, nel tempo, tornando più volte, vedendo in che modo il mare avesse trasformato la statua di mia sorella, incrostandola di vita, ho avuto la sensazione liberatoria che fosse “viva”».

Suo padre Enzo, oltre che il gran campione che sappiamo, era anche un ambientalista convinto, certo che la natura e le coste andassero protette senza se e senza ma. Da presidente dell’Area Marina Protetta del Plemmirio prosegue, in qualche modo il percorso da lui tracciato?
«Sì, certo. Mi sono sempre battuta in difesa del mare e della terra, perché vanno tutelati e rispettati entrambi, e quando mi è stato proposto di diventare presidente dell’Amp sono stata molto combattuta, ma poi ho accettato perché ho ritenuto che fosse giusto cercare di ridare al mare tutto quello che il mare, in tanti anni di frequentazione, mi aveva donato in termini gioia, felicità e accrescimento personale».

Il mare, le sue profondità, sono una sorta di “mondo del silenzio”. Lei ha sempre detto che servirebbe una maggiore sensibilità nei confronti dei suoi abitanti.
«Lo penso. Gli animali marini pagano il pegno di essere – appunto - muti come un pesce. Ciò forse viene scambiato per insensibilità. Nessuno di noi resisterebbe alla vista di un vitello agonizzante sul banco di una macelleria, però guardiamo i pesci agonizzare sui banconi delle pescherie senza che ciò ci faccia orrore. Ciò non significa che non provino dolore».

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