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Società

"Belìce punto zero", passato e presente dialogano in un libro dell'Ingv

Il disastroso terremoto, avvenuto il 15 gennaio di 54 anni fa, raccontato attraverso foto di ieri e di oggi e interventi di geologi, sociologi, artisti. Mario Mattia, Ingv: "Volevamo capire come e perché quella ricostruzione materiale, sociale e culturale  non ha risposto alle esigenze delle comunità"

Di Ombretta Grasso

Prima e dopo. I volti smarriti in bianco e nero tra la disperazione e le macerie di ieri,  le rovine, le piazze vuote della ricostruzione nelle foto a colori di oggi. Prima e dopo il catastrofico terremoto del 15 gennaio 1968 – di cui ricorre il 54° anniversario - rivivono nel libro fotografico “Belìce punto zero” pubblicato dall’Ingv in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Palermo, l’Università degli Studi di Catania, la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “Alberto Bombace” – dove il volume sarà presentato appena la pandemia lo permetterà - e il supporto del Centro Ricerche Economiche e Sociali.

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L’opera (si può scaricare liberamente all’indirizzo https://www.ingv.it/libri/BelicePuntoZero-2021.pdf), nata da un lavoro collettivo di geologi, geografi, sociologi e artisti, che accosta le foto, straordinarie, lancinanti del dopo terremoto e degli anni successivi pubblicate dal quotidiano “L’Ora” - ora prezioso patrimonio custodito nella Biblioteca centrale della Regione Siciliana - con le immagini di oggi realizzate dai giovani allievi del corso di Fotografia dell'Accademia di Belle Arti di Palermo guidati dal prof. Sandro Scalia.


«Mettere insieme professionalità così diverse ci ha permesso di studiare e raccontare il terremoto del Belìce da una prospettiva quanto più esaustiva possibile», spiega Mario Mattia, catanese, primo tecnologo dell’Ingv, che al sisma del Belìce e a quel territorio ha dedicato numerosissimi studi, curatore del libro con i docenti Maria Donata Napoli e Sandro Scalia dell’Accademia di Belle Arti di Palermo. «Era importante per noi, a più di 50 anni dal sisma – prosegue Mattia - mettere a confronto passato e presente per provare a comprendere il viaggio che quell’angolo di Sicilia ha compiuto in questo mezzo secolo, con una ricostruzione materiale, sociale e culturale che non ha saputo rispondere alle reali esigenze delle comunità della Valle del Belìce».


Tutto è nato per il 50° anniversario del sisma, sull’onda delle tante iniziative organizzate per non smarrire quella tragedia tra ricordi ingialliti. «Franco Nicastro, ex vicedirettore dell’Ora, mi ha suggerito di andare a vedere le foto del quotidiano conservate alla Biblioteca regionale di Palermo – racconta Mario Mattia –.  Sono rimasto a bocca aperta, c’era un vero tesoro, migliaia di immagini. Foto che bruciavano in mano, eccezionali testimonianze per capire cosa sia successo nel Belìce, quale profonda ferita sia stata fatta in quel territorio». 


Nel volume accanto alle foto i testi dello stesso Mario Mattia, di Donata Napoli, che insegna Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Belle arti di Palermo, di Sandro Scalia, di due docenti di Scienze politiche a Catania, Gianni Petino, docente di Geografia economica e politica, e Guido Nicolosi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, di Alessandro La Grassa, presidente del Cresm. 


Il bianco e nero colora tutti i contrasti: i morti e i sopravvissuti, la fame e le lotte, la migrazione forzata e la speranza, le baracche e il “vuoto” della ricostruzione. Foto in parte ammirate in molte mostre, in Sicilia e Roma, diventate poi un’installazione di video e immagini al festival open air “Images Gibellina”. Un’occasione in cui è stata fatta sentire la traccia sismica, «un rumore che solo a sentirlo fa paura».


«Abbiamo immaginato un libro che facesse dialogare il passato con il presente – riprende Mattia - e con gli studenti del  corso di fotografia dell’Accademia siamo tornati nei paesi colpiti dal terremoto, Santa Ninfa, Montevago, Santa Margherita Belìce,  Gibellina, Poggioreale, per documentare la realtà del territorio oggi». 


«Cos’è cambiato da allora? La promessa di sviluppo è stata mantenuta? Quella ferita è stata risanata? Le case, le città, rispondono alle aspettative dei cittadini? Queste alcune domande che ci siamo posti. E la risposta a tutte è no. Gli abitanti del Belice hanno vissuto sulla propria pelle la scelta folle, fatta dal governo dell’epoca, di imporre modelli di nuove città che non appartenevano all’urbanistica del territorio. Modelli del nord Europa piombati in una realtà siciliana contadina, in una situazione socio-economica legata a pratiche quasi ottocentesche. Le persone sono state sradicate  dai loro paesi, ricostruiti anche a decine di chilometri, anche quando, come nel caso di Poggioreale antica,   erano perfettamente recuperabili. Le scelte discutibili, le infiltrazioni  della mafia, l’incertezza di fondi resero la faticosa ricostruzione, mai completata, un dramma di cui si pagano ancora le conseguenze». 


Una storia diversa si scrive a Gibellina dove il sindaco Ludovico Corrao chiama artisti e architetti da tutto il mondo «per realizzare un riscatto di quella terra attraverso l’arte,  Gibellina diventa una cattedrale dell’arte contemporanea - sottolinea Mattia - ma il territorio continua ad aspettare quello sviluppo promesso». Sull’onda dei cambiamenti sociali di quegli anni, la Valle  diventa terra di fermenti. «Nel Belìce è nata la prima radio libera italiana, quella di Danilo Dolci che combatte per i terremotati con le sue manifestazioni di protesta e i digiuni, lottando per la riforma agraria, per l’acqua, per la ricostruzione. Lì ci sono i primi esperimenti di partecipazione dal basso allo sviluppo, nasce il Centro Sudi, poi il Cresm». Tra le baracche arrivano gli hippy «e ci sono pure le figlie della terrorista della Raf Ulriche Meinhof», rivela Mattia.


Le prime scosse del 14 gennaio causarono danni limitati, nelle prime ore del 15 l’onda della devastazione. «I soccorsi arrivarono dopo tre giorni – ricorda Mattia – ma lo scenario peggiorò il 25 gennaio quando ci fu una replica e morirono quattro vigili del fuoco di Modena. Da Roma arrivò l’ordine di bloccare le operazioni di recupero, minare i muri e far saltare tutto. Quei paesi venivano abbandonati per sempre».  


Mario Mattia nel volume raccoglie anche “voci” dei sopravvissuti, nati dalla sua fantasia ma ispirati a fatti e persone realmente esistiti. «Racconto alcune storie, chi c’era non sempre riesce a dire quello che ha provato». Voci intense, commoventi, amare, di chi in quel dolore ha messo le mani per salvare vite o è venuto da lontano per aiutare. «Nel museo del terremoto a Gibellina c’è una stanza con una telecamera che raccoglie ricordi e racconti, soprattutto degli emigranti. Centinaia di testimonianze registrate nel silenzio della memoria».
 

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