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L'intervista

John Osborn, icona internazionale del belcanto, al Bellini ne “La Fille du régiment”

Il grande tenore: "Sogno di interpretare il Pirata di Bellini. Il bis dei nove do di petto? Vedremo..."

Di Giuseppe Montemagno |

Con il suo sorriso e il suo ottimismo contagioso, il tenore americano John Osborn è un’icona internazionale del belcanto. A partire da questa sera, sulle scene del Teatro Massimo Bellini, vestirà i panni di Tonio, il giovane tirolese che si innamora di Marie, “La Fille du régiment” del capolavoro di Donizetti. Innamorato del suo lavoro, si racconta con grande affabilità (foto di Giacomo Orlando).

Come ha fatto un ragazzo originario dell’Iowa ad appassionarsi al melodramma?«La spiegazione è complicata ma non troppo. Non conoscevo nulla della lirica, solo la musica sacra che si eseguiva in chiesa; ma mi piaceva molto il musical, mi piaceva fare teatro, con i costumi e il trucco. Quando avevo 16 anni una mia amica mi suggerì di ascoltare l’opera, io non sapevo cosa fosse! Per me era soltanto uno stereotipo, pensavo a Wagner con grandi elmi e le corna sulla testa… Grazie a questa indicazione vidi una produzione televisiva del “Barbiere di Siviglia”, proposta in inglese dalla Des Moines Metro Opera, che traduceva le opere per educare il pubblico. E lo trovai molto divertente! Così, studiai “La donna è mobile”, feci la mia prima audizione e cominciai a cantare nel coro in “Susannah” di Carlisle Floyd: e mi si è aperto un mondo!».

Quando ha avuto chiaramente la percezione di essere diventato uno dei più grandi tenori belcantisti?«Non l’ho mai pensato, in realtà. Ma nel 2007, dopo aver cantato “Guillaume Tell” con Antonio Pappano all’Accademia di Santa Cecilia, è stato evidente che era questa la strada del mio futuro: ma non solo in Rossini – di cui pure avevo già cantato soprattutto “Otello” e “Il viaggio a Reims”; c’erano anche Bellini e Donizetti ad attendermi».Cos’è il belcanto, nella tua visione?«È cantare nello stile italiano, rispettando il legato, prestando attenzione all’arco della frase, con lunghi fiati. Credo che essenzialmente ci sia bisogno di un elemento: la dolcezza. Spesso manca – e non solo nel belcanto: cantando a mezza voce, se le dinamiche passano da mezzo forte a fortissimo non bisogna sacrificare nulla della paletta di colori che possono arricchire i chiaroscuri della parola».

Quanto la conoscenza della lingua italiana aiuta in questo senso?«Quando ho iniziato a studiare a New York, al Metropolitan Young Artists Program, pensavo fosse importante cantare sempre a piena voce: sono il tenore! E invece il mio insegnante, Edward Zambara, un basso-cantante greco-americano, mi ha insegnato ad appoggiare il suono, a prestare attenzione alla connessione tra il fiato e il suono, a come usare le consonanti e le vocali. Questo è molto importante nella lingua italiana, che è la lingua perfetta per imparare il vero legato. Tutte le consonanti, soprattutto quando sono raddoppiate, devono essere allungate per non interrompere il suono».Ma veniamo alla Fille du régiment: chi è Tonio?«Tonio è un fratello di Nemorino, vive nelle montagne, è una persona semplice come me, che sono un tenore venuto dall’Iowa… è allegro, felice, ottimista, forse ignora le difficoltà del mondo che lo circonda e neanche immagina quanto sia difficile vivere nel mondo reale, quando deve confrontarsi con gli aristocratici».È più difficile cimentarsi con la sua cavatina, «Ah! mes amis, quel jour de fête!», che nella cabaletta prevede la celeberrima serie di ben nove do di petto, o la grande aria del secondo atto, «Pour me rapprocher de Marie», con la sua vena sentimentale?«Se hai gli acuti e non costituiscono uno scoglio, la prima aria è un pezzo spettacolare, in cui bisogna esibirsi e fare uno show. Ma il vero belcanto arriva nel secondo atto, e la difficoltà risiede nel fatto che hai già cantato la grande aria di bravura, il finale primo e il terzetto, che è molto centrale. Solo allora arriva l’ultima aria, in cui deve venir fuori tutta l’eleganza, la ricerca della bellezza di suono: bisogna accarezzare ogni frase, far capire che è il vero punto di svolta dell’opera. Non solo belcanto, ma anche dolcezza e passione, il grande amore per Marie».

C’è un ruolo del repertorio italiano che ancora vorresti interpretare?«“Il pirata” di Vincenzo Bellini, sicuramente. Tutti dicono che quello di Gualtiero sia un ruolo impossibile, io ho già letto una volta la partitura e ho capito che mi interessa veramente. Purtroppo si esegue raramente, forse sarà l’ultimo titolo, il coronamento della mia carriera».Quando canti l’aria con i nove do di petto normalmente piovono le richieste di bis. Quando decidi di concederlo?«Ogni serata è diversa. A volte cambia l’atmosfera, le corde vocali sono uno strumento delicatissimo, basta pochissimo per cambiare tutto. Se riesci a farlo facilmente, con gioia e senza paura, è possibile cantare il bis di “Pour mon âme”, purché si conservi intatta la voce fino alla fine, rispettando la progressione delle difficoltà dell’opera. Quando arrivano le richieste di bis per me è un onore enorme, soprattutto quando canto l’opera in Italia o in Francia, patria di questo repertorio. Se il pubblico lo chiede sento quasi l’obbligo di farlo…».

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