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Efebo d'oro, ovazione per Costa Gravas premiato alla carriera

Il maestro del cinema ha aperto la proiezione di "Z. L'orgia del potere" restaurato. "Tutto è politica, ogni scelta che facciamo. Fare un film è un potere e una responsabilità perché lo vedranno centinaia, migliaia, milioni di spettatori"

Di Maria Lombardo

Ottantotto anni, attento e ironico, la moglie Michelle al braccio, si gode il sole della Magna Graecia. A Parigi l’attende un soggetto in fase di scrittura. Per Costantin Costa Gavras ovazione a Palermo. Nella sala De Seta gli viene consegnato l’Efebo d’oro alla carriera per l’edizione n. 43 del festival organizzato dal Centro di ricerca per la Narrativa e il cinema presieduto da Egle Palazzolo. Il maestro greco-francese apre la proiezione di “Z. L’orgia del potere”  (1969) restaurato. Film lontano nel tempo ma che ha tanto da dire ancora sulla violenza del potere, sulla democrazia come valore. La Grecia di allora era schiacciata dal regime militare dei colonnelli ma tutto nasce da un libro regalato a Constantin dal fratello mentre stava ripartendo da Atene dopo una visita ai familiari. Superlativi Yves Montand, Irene Papas, Trintignant e Perrin i quali, «purchè si facesse il film – racconta il regista – data la difficoltà a trovare produttori, lavorarono gratis». Film epocale: costato pochissimo, vinse un Oscar e un premio della giuria a Cannes. 

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«Lessi in tre giorni il libro di Vasilis Vasilikos e ne parlai a pranzo con gli amici Yves Montand, Simone Signoret e Jorge Semprun. Si pensò subito di fare il film». Un politico di sinistra (è adombrata la storia vera del deputato Lambrakis) viene ucciso e un processo scoperchierà la pentola della connivenza del potere con gli estremisti di destra.  Ritmo incalzante, musiche di Theodorakis. 
In sala molti studenti del Centro sperimentale di cinematografia, scuola del documentario, che hanno  dialogato successivamente col regista a scuola, introdotti da Costanza Quatriglio direttore artistico e coordinatore didattico e da Giovanni Massa direttore artistico dell’Efebo. 

Nel ricco programma del festival che prosegue fino a sabato 20 “Vagone letto per assassini”, “Adults in the rooom” con Valeria Golino (2019), “Claire de femme” dal romanzo di Romain Gary. Una retrospettiva completa di Costa Gavras sarà presentata al Bergamo Film Meeting che collabora con l’Efebo d’oro. 
Costa Gavras cos’è il cinema politico?
«Tutto è politica, ogni scelta che facciamo. Tutti abbiamo un potere. Fare un film è un potere e una responsabilità perché lo vedranno centinaia, migliaia, milioni di spettatori». 
I calzini rossi la tradiscono ma lei è sempre di sinistra?
«Come regista non parto con l’idea di fare film schierati, li faccio se mi interessa la storia.  Non si può accettare il pensiero che non si possa cambiare niente nella società. Noi autori abbiamo una responsabilità».
In Sicilia Costantin venne da allievo della scuola di cinema di Parigi negli anni Cinquanta con dei compagni di corso per fare delle riprese con la 16mm. 
Come andò quel giro nell’isola?
«Scoprii la grecità della Sicilia. Tornai per cercare una location per una scena di “Z”. Non la trovai e andammo in Algeria. Nel ’67 sono venuto con Jean-Claude Brialy al Festival di Taormina per presentare “Il tredicesimo uomo” al Teatro Antico. Non capivo perché la gente ridesse tanto. Ho capito che il doppiaggio era fatto malissimo e venivano fuori parolacce fuor di luogo. Pretesi che si rifacesse il doppiaggio». 
Ha conosciuto Sciascia?
«Sciascia mi piace molto come scrittore. Sono molto interessato ai suoi gialli. L’ho incontrato una volta a Parigi ad una manifestazione. Ci siamo incrociati all’ingresso e ci siamo proposti di vederci appositamente. Ma non è mai accaduto».
Qual è il rapporto col suo Paese d’origine?
«Me ne andai dalla Grecia giovanissimo dopo la guerra civile perché non potevo fare lì i miei studi. Mio padre era bollato come comunista e tutti i suoi figli non potevano accedere alle scuole: si chiedeva un certificato di appartenenza politica della famiglia. Con la dittatura la mia grecità è tornata.  Però mi sento francese: la Francia mi ha dato quello che uno Stato deve dare ai suoi figli per studiare e lavorare. Molto più di quello che potevo sognare». 
Il grande Theo  Anghelopoulos è già dimenticato.  
«Il tempo è tremendo col cinema però il problema è che il governo greco non s’interessa molto al cinema d’autore, solo a quello leggero, che diverte e basta». 
Esiste una identità europea nel cinema?
«Il cinema è personale, poi nazionale e dopo anche europeo. Europeo dev’esserlo riguardo al lato economico e anche per aiutare la gente a conoscersi. In Francia si conoscono i film italiani ma non conosciamo il cinema polacco o di altri Paesi dell’Est. Le televisioni nazionali vanno obbligate a   programmare più film europei». 

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