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Le rappresentazioni classiche dell'Inda

Sircusa, Medea” o del dramma borghese

Con Euripide il secondo appuntamento dell’Inda, al Teatro greco, per la regiadi Federico Tiezzi, e una Laura Marinoni mattatrice conclamata e dannatamente magica

Di Carmelita Celi |

L’importanza di essere tragico. E’ un’urgenza che ci possiede da sempre ma che oggi, seppure dilaniati da catastrofi d’ogni genere, si tende a convertire in altro.E’ vero che il lutto s’addice a “Medea” – con Euripide è il secondo appuntamento dell’Inda, al Teatro antico di Siracusa fino al 24 giugno, regìa di Federico Tiezzi, mattatrice conclamata, dannatamente magica è Laura Marinoni – ma è assai frequente che ci si affranchi dalla “tragodia” intestandosi altri colori ed altri calori.Nella transumanza della tragedia, ecco il dramma borghese.Regista sensibile, colto, accorto, raffinato, Tiezzi ne ha fatto trasparente dichiarazione d’intenti: nessuna meraviglia, dunque, segno di coerenza, piuttosto, se la scena di Marco Rossi, di magnifica profondità, è punteggiata da elementi di salotto borghese a cavallo tra XIX e XX secolo. In bianco e nero, poltroncine, lunghi tavoli, pavimento a specchio, il “salon” è perimetrato da ideali sale vuote e senza soffitto.

Alita un Novecento d’Europa del nord. Veste di bianco cechoviano, Egeo, la nutrice (Debora Zuin) sfoggia un italiano “esotico” che rammenta decisamente Charlotte, governante nel “Giardino dei ciliegi”; in Giasone, elegantemente conciato da perfetto direttore di banca senza scrupoli, si riconosce all’istante John Gabriel Borkman di Ibsen. I bambini suoi e di Medea (Francesco Cutale, Matteo Paguni), che, guardati a vista dal precettore (Riccardo Livermore), giocano con teste di conigli peluche, sembrano ritagliati da un dramma di Giacosa e, perché no, persino da “Fanny e Alexander” di Ingmar Bergman. Chissà che a rappresentare il ‘900 peggiore non sia Creonte-Roberto Latini: un “burosauro” seguito da dignitari-galoppini con testa di coccodrillo (lui se la sfila giusto per intimidire e intimidare Medea), parla da tribuno.

Intanto, in uniformi bleu a metà tra tuta “prosodesda” sovietica della Nep e giacca maoista, una nutrita milizia di “pulizieri” armata di secchio tira a lucido la sventurata magione che sta per crollare. E di fatto crolla, alla fine, con i domestici, mezzi sepolti da poltrone e tavoli in caduta libera (come a smontare, figurativamente, benessere e sicurezze) che puliscono con stracci imbrattati di sangue.Nel tripudio ottonovecentesco, due punti saldi accompagnano la transumanza.

La traduzione di Massimo Fusillo, per cominciare: spavalda, corposa, ricca di lessemi universali. E la partitura opulenta, generosa di stilemi che toccano varie età della musica. Sul prologo, la scrittura contemporanea di Silvia Colasanti (esecuzione del coro di voci bianche e orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Giuseppe Sabbatini e Carlo Donadio) ed altri contributi, diversi per genere e uguali per intensità. Il rito tribale, omaggio alle origini “barbare” di Medea: coro biancovestito (ne è responsabile Simonetta Cartia, prima corifea), il cerchio si ricompone in scultura umana “laocoontica” (Francesca della Monica ed Ernani Maletta rispettivamente maestro del coro e arrangiatore di coro e voci). E gli echi barocchi in odore di “Passacaglia” haendeliana a tratteggiare il potere di Creonte, e la polifonia assai strumentata di un “Lacrimosa” che, di nuovo, rammenta Haendel di “Lascia ch’io pianga”. A torreggiare, forse, è il “lied” di Schubert “Margherita all’arcolaio”, intonato durante l’infanticidio (il testo è sinistramente aderente, “Meine Ruh’ ist hin”, la mia voce è andata, il mio cuore è angosciato, io non avrò più bene, mai) a cui si sovrappongono urla infantili di lunghezza e ampiezza spropositata, in “horror” didascalico e profondo rosso di luci.

Il segno e il sogno di “Medea” in due parole? Laura Marinoni.Da che la sappiamo tragica (Clitemnestra, Elena, Giocasta, precedenti brillanti e tonanti) lei fa lo spettacolo, ne dà ragione, sentimento, prospettiva, lo rende atemporale e archetipico perché è “attore” di modernità inchiodante. In un contesto di sapore scandinavo si sarebbe tentati dal ribattezzarla Hedda Gabler ma perché mai? Lei sfugge a tempi e categorie, ha un vigore che non conosce schemi e date. Presente ed “antica” nella stessa misura in cui il Mito è ancora in grado di comprometterci, tutti. Sicché resta Medea, inequivocabilmente e a suo modo. Per questo (i costumi di Giovanna Buzzi confermano che l’abito “fa” il monaco, eccome!) non può esservi epoca nella veste, incantevole, sottana bluette e manto con lungo strascico istoriato, copricapo con becco d’uccello, terribile e temibile come la voce ancora fuori campo.

Fronteggiarla, da partner, è impresa difficile, perciò il Giasone di Alessandro Averone è di buona volontà e dà rari, urlati cenni di consistenza, forse, nel disperato epilogo. Autentica prova di maturità interpretativa per Luigi Tabita, insinuante e “politico” Egeo; fortemente carismatica è Sandra Toffolatti, il Nunzio; efficacissima e dolente è Francesca Ciocchetti, prima coreuta. La rivelazione dell’infanticidio la vede già al sicuro, sul Carro del Sole, giustamente ammantata d’oro. Ma può il dramma borghese concedere cittadinanza al deus ex machina? Sì, se l’unico effetto speciale è il potere della parola. E dell’attrice.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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