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L'intervista

Massimo Cirri: «La radio è viva perché parla a tutti»

In anteprima per "Vivere" il musicista Vincent Migliorisi ha intervistato l’autore e scrittore toscano, conduttore di Caterpillar, sul suo libro nuovo di zecca "Sette tesi sulla magia della radio" che presenteranno insieme domenica 18 giugno in piazza Chiaramonte a Ragusa per A tutto volume, il festival letterario creato e diretto da Alessandro Di Salvo che dal 16 al 18 giugno porterà nella città iblea più di 30 autori di rilevo nazionale

Di Vincent Migliorisi |

Massimo Cirri è psicologo, autore e scrittore, ma in tanti lo conoscono come ideatore e conduttore di Caterpillar, programma di attualità e satira di Radio 2 diventato un classico del palinsesto Rai, da vent’anni ormai. Da un paio di giorni è uscito il suo libro Sette tesi sulla magia della radio (Giunti editore), in cui ripercorre la storia di quest’ultima attraverso gli eventi storici, sociali e culturali che le hanno permesso di diventare quell’indispensabile strumento di comunicazione che è oggi. Un libro avvincente, riflessivo e allo stesso tempo divertente, un po’ come il suo autore. Lo presenteremo insieme domenica 18 giugno alle 20, anch’io da musicista ho una certa dimestichezza con le radio, all’interno di A tutto volume, la festa del libro di Ragusa, quest’anno in calendario da domani a domenica, che ogni anno risveglia la passione di migliaia di lettori e curiosi. Oltre a presentare il suo libro Cirri farà da moderatore e sosterrà artisticamente la conduzione del festival. Grazie a “Vivere”, prima ancora che sul palco di Piazza Chiaramonte, con Cirri abbiamo parlato del suo libro, come due vecchi amici.

Massimo Cirri Sette tesi sulla magia della radio

Massimo, qual è lo stato di salute della radio, oggi, in Italia?«La radio sta benissimo, l’ascoltano più di 35 milioni di persone ogni giorno. Riesce a interpretare i tempi, lo ha sempre fatto. Forse, ma probabilmente sono troppo critico io, non sta benissimo a livello di contenuti. Nell’universo della radio c’è di tutto, come è giusto che sia: sta all’ascoltatore filtrare le informazioni».

Parlare attraverso il servizio pubblico rappresenta una grossa responsabilità. Caterpillar poi è da sempre sensibile alle campagne sociali (M’illumino di meno tra le altre) e attenta alle nuove tendenze. Quanto è difficile, oggi, tramite la radio, combattere l’involuzione culturale della televisione degli ultimi 20 anni?«Credo sia un problema di tutti i mezzi di informazione. Quell’ondata di superficialità, di gattini nelle homepage, di gossip, di “quello è famoso, ma perché è famoso?” è un pezzo della condanna di questi anni. Ci sta in mezzo come ci stiamo in mezzo tutti. La radio per fortuna coltiva anche delle bellissime zone di partecipazione, perché può incentivare e stimolare. La sua funzione connettiva risiede nella sua anima: è lo specchio della società, anzi la camera degli echi visto che di audio si parla. La radio ha sempre raccontato la nazione a se stessa, è stato il principale mezzo di propaganda del fascismo e da sempre affianca la storia nel suo divenire».

Da fedele ascoltatore di Radio Rai, ma soprattutto da musicista, ultimamente faccio a fatica a seguire le trasmissioni radiofoniche che mi entusiasmano per i temi trattati, il brio della conduzione, la qualità dei testi e il lavoro di approfondimento ma che sono spesso scandite dalle hit del momento, decisamente fuori tema. Quanto soffre l’ascoltatore Cirri le selezioni dell’azienda? O non gliene importa più di tanto? «L’ascoltatore Cirri, strano a dirlo, non è un grande appassionato di musica. Enrico Menduni, teorico della radio di grande lucidità, dice che la radio è come il melone: il melone è fatto all’80% di acqua, così come la radio è fatta all’80% di musica. Bisognerebbe riflettere su che musica si trasmette, su qual è il fine ultimo, che correlazione ha con i temi trattati in trasmissione. Anche l’ascoltatore Cirri soffre, per cui se soffro io che non sono un appassionato di musica…».

Radio

Nel suo libro c’è tanta Sicilia, si racconta di quella disperata richiesta di soccorso giunta dalla valle del Belice durante il terremoto del ’68, c’è Danilo Dolci, c’è Ignazio Buttitta. La Sicilia è ancora oggi crocevia di popoli e geograficamente sempre sulla rotta di “poveri cristi “, in cerca di aiuto. Come nel ’68, pare ancora che la sua richiesta d’aiuto rimanga inascoltata.«Credo che sia un problema di tutti, quello di ascoltare gli altri. Sia che la richiesta di aiuto arrivi dalla radio o che arrivi da altri canali è diventato, per le persone singole come per gli apparati, per i corpi sociali, sempre più difficile. Sono tempi in cui la gente dice io ma non riesce ad ascoltare gli altri. E’ una questione di una certa importanza: ritorniamo al discorso della cultura concreta, della cultura materiale, della cultura delle relazioni. Questi sono gli anni in cui l’Io conta tantissimo, dove ascoltare gli altri, dal compagno di banco al povero cristo in mezzo al mare è sempre più faticoso. Poi si perdono le abitudini, si perde il collante sociale e l’individualismo impera. Sono gli anni in cui chiunque può fare lo psicologo, basta sapere ascoltare qualcuno per compiere un atto rivoluzionario».

La radio dapprima instaurava una sorta di relazione monogama con l’ascoltatore, oggi invece lavora di comune accordo col web, la tv. A causa di quell’effetto che lei definisce “porosità”, è sempre più difficile filtrare le informazioni degli altri mezzi di comunicazione? Lei che tecnica usa? Cosa accende il suo interesse?«Mi illumino quando dietro l’argomento c’è qualcosa di personale, che non sia l’eco di un dibattito o di un intervista. Credo sia uno dei vantaggi della radio, quello di parlare a tutti. Linus lo ascoltano in 700.000 persone però dà l’impressione di parlare anche a te. Quando il radioascoltatore risponde in diretta ed esprime la sua opinione attraverso un fatto vissuto in prima persona dà un valore aggiunto, aggiunge un pezzo di vita vissuta, una piccola ma reale espressione della comunità in ascolto. Al contrario, quando la tv interpella qualcuno per strada, il suo interlocutore risponde rilasciando un’intervista: parla come non parlerebbe mai, risponde con poca naturalezza ma cerca di modulare, filtrare le sue risposte perché appunto sa di essere in tv. La radio permette di essere decisamente più veri, complice la consapevolezza di rimanere una voce».

La radio ha direzione univoca, si lascia ascoltare ma non le si può rispondere direttamente. Sembra scontato però mia nonna non ha mai colto questa differenza… E’ aggregazione, simbolo di protesta (basti pensare alle radio libere) e pur rimanendo invisibile (adesso lo è anche nei mezzi), continua a preservare e a coltivare il fascino dell’immaginario. Quanto è importante la capacità di improvvisazione? Nella vita l’ha aiutata? «Mi ha aiutato moltissimo nella vita… Ognuno è fatto a modo suo, ma personalmente, se programmo molto mi sento imprigionato. La mia generazione ha avuto la fortuna (la metto giù pesante) di avere una vita abbastanza buona. Mio padre ha fatto una guerra, mio nonno due, io mi ritengo fortunato perché di guerre non ne ho vissute: dicono non succedesse dagli anni dell’impero romano. Approfittando di questa agevolazione mi posso prendere il lusso di improvvisare in molte cose. Nella diretta, nell’improvvisazione, è chiaro che ci sia un pizzico di bellezza, di piacevolezza e che sia un lusso destinato a quelli fortunati come noi».

A tutto volume

A tutto volume in piazza San Giovanni a Ragusa 

Il suo è un gradito ritorno a Ragusa per A tutto volume, un’importante occasione d’incontro con gli scrittori, che negli anni è diventato un vero e proprio appuntamento culturale in Sicilia. Oltre a presentare il suo di libro, lei sarà una dei 4 guest director, 4 personaggi di un certo peso che supporteranno il direttore artistico Alessandro Di Salvo. Ogni tanto è necessario metterci anche la faccia o se potesse sceglierebbe anche no?«Io di base sceglierei anche no. Credo di essere finito in radio anche perché il contatto faccia a faccia, anche se mi ci sono abituato, non mi piace eccessivamente, però non ho vacillato un attimo solo quando mi è stato chiesto di ritornare. L’anno scorso sono rimasto davvero stupefatto, oltre che dalla bellezza dei luoghi, (ma questo era sospettabile perché non ero mai stato negli iblei) dalla densità degli incontri, dalla voglia delle persone di esserci, da quella spontanea disponibilità ad ascoltare; mi è sembrato un patrimonio veramente prezioso e bellissimo. Di festival, di occasioni di incontro che ruotano attorno ai libri mi è capitato di farne tantissimi ma a Ragusa c’è una magia particolare: passione, quasi devozione, partecipazione attiva alla lettura. E’ una cosa di cui andare fieri, unica e irripetibile».

vincentmigliorisi@gmail.com

L’autore dell’intervista

Vincent MigliorisiVincent Migliorisi, ragusano, 40 anni compiuti da poco, ha una lunga carriera di musica alle spalle (La Casbah, Piccola Orchestra Primavera) , è stato chitarrista con Colapesce, ideatore e leader del Trio CasaMia, compositore di colonne sonore per il cinema, il teatro, la danza. Fa parte del trio folk Taleh. Adesso si è buttato nel nuovo progetto cantautorale come Defolk e ha lanciato l’etichetta MaiOhmn Records che prodotto “La fabbrica delle nuvole” l’esordio solista dell’ex Baciamolemani Livio Rabito.

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