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La cura dei commissari «Qui lo Stato adesso c’è» (e scusate il ritardo)

Di Mario Barresi |

Mineo (Catania) –  «Lo Stato, adesso, qui dentro c’è». Verrebbe da aggiungere: scusate il ritardo. Perché quasi non ce n’eravamo accorti. Forse perché intorpiditi dall’attesa di ciò che doveva essere fatto e non è stato fatto. Prima, molto prima.Giuseppe Caruso, docente universitario di Economia a Catania, è uno dei commissari scelti dal prefetto. Per stare nel Cara, per controllarlo e guidarlo. Dal di dentro. Dopo una serie di nomine e un groviglio di commissariamenti, ora è il presidente del Consorzio “Nuovo Cara Mineo”, costituito da alcune delle imprese vincitrici dell’appalto – tutt’ora in corso – sotto inchiesta nella tranche siciliana di Mafia Capitale. Accanto a lui l’ingegnere Giuseppe Di Natale, amministratore delegato del consorzio. «Il Lo Monaco del Cara», lo chiamano, evocando il suo ruolo operativo. E facendolo imbufalire, da buon palermitano.

Il Cara di Mineo riparte da questi due. Parliamo con loro negli uffici dov’era di casa Luca Odevaine. E dove, nel pomeriggio, c’è una seduta del Cda in cui continuano a sedere i rappresentanti delle coop finite nella bufera. Ma cos’è – chiediamo – un gran finale gattopardesco? La risposta non è indignata. Eppure secca: «Dall’estate del 2015, dopo una vigilanza comunque incisiva a seguito delle segnalazioni di Mafia Capitale, la presenza dello Stato all’interno del Cara è totale dal punto di vista amministrativo e gestionale». Magari ci si poteva pensare prima che l’anomalia di Mineo (unico centro non gestito direttamente dalla prefettura, ma dal consorzio dei Comuni, adesso in liquidazione) provocasse le tante anomalie venute fuori dalle indagini. «Questo non spetta a noi dirlo – ribatte Caruso – ma devo precisare che non c’è stata alcuna resistenza da parte delle imprese dell’Ati, né pressioni dalla politica». E poi i servizi, «più che dignitosi» anche quando c’erano i presunti scandali, ora «sono ulteriormente migliorati». L’uomo-simbolo del cambiamento nella continuità è il direttore del consorzio delle coop, Sebastiano Maccarrone (uomo del consorzio Sisifo), «una figura esclusivamente operativa» sul cui operato i commissari non hanno «nulla da eccepire, da quando siamo qui».

E i posti di lavoro al centro di più indagini? Dopo aver licenziato 47 lavoratori (poi tutti richiamati all’ovile «con procedure impeccabili», nonostante 21 ricorsi al giudice del lavoro) a causa del calo di presenze nel Cara, quando il numero è risalito si torna ad assumere. «Con bandi di gara pubblicati sul sito e selezioni trasparenti dei curricula», precisa Caruso. Dando l’assist a Di Natale sulle forniture, altra nota dolente emersa dalle inchieste. «Ci sono stati controlli rigorosi e abbiamo modificato, dopo accurate indagini di mercato, alcuni settori: pullman, schede telefoniche, vestiario e prodotti di pulizia». E il costosissimo pane di cui parlava Odevaine? «Il fornitore è lo stesso, ma il prezzo rientra nel tariffario nazionale della Cascina», ricorda Di Natale. Passi avanti, sostengono, anche nella tracciabilità delle operazioni nei magazzini e negli uffici: ognuno dei 375 dipendenti ha identità digitale e password, non si può più barare. Così come sui presunti ingressi gonfiati sui quali indaga la Procura di Caltagirone: «Il software è a regime, non possono più esserci ospiti-fantasma dopo tre giorni dall’ultima strisciata del badge», assicurano.

Tutto molto bello. Anche troppo, per essere vero. I problemi, però, restano. Ci sono i problemi della sicurezza, le violenze, il caporalato, lo spaccio di droga, la prostituzione. «Segnaliamo tutto ciò che non va alle autorità competenti», è la risposta. «Alcune delle emergenze non dipendono dalla nostra competenza, ma ciò non significa che non esistano». Inoltre, i ritardi nei pagamenti arretrati da parte del Viminale (solo la fattura mensile del consorzio ammonta a 1,6 milioni, di cui 800mila euro di stipendi e 300mila per pagare l’Enel) accumulati dopo il “congelamento” dei trasferimenti disposto dopo l’emersione delle inchieste varie. E nel frattempo maturano interessi spaventosi. «Se non ci fosse il peso di questi flussi passivi – ammette, da economista, Caruso – l’accoglienza sarebbe un’attività d’impresa con un buon profitto, per chi gestisce i servizi del Cara di Mineo. Così, invece, siamo a margini dello zero virgola…».

Ma non è più il guadagno il punto (piccola parentesi: i compensi dei commissari devono essere ancora fissati dal prefetto in base alle linee-guide Anac; Oikos docet, perché «la stima sul quantum è molto inferiore rispetto alle quelle cifre», oltre che al di sotto dei 240mila euro lordi annui stabilito come tetto nazionale). È la legalità a diventare prioritaria, nell’ultimo miglio dell’appalto al centro di Mafia Capitale. Aspettando il prossimo bando. Che non sarà scritto dalle persone additate nelle carte dei pm di Catania. L’impresa titanica, stavolta, è nelle mani del “Gruppo di lavoro di missione”. Controllori dei controllori, guidati da Giuseppina Di Raimondo, sobrio dirigente prefettizio, che verifica contabilità e servizi. Una commissaria che fa le pulci anche agli altri commissari, se necessario. Ma che ha un obiettivo ben più importante: portare, dopo l’imminente approvazione del capitolato unico nazionale (un deterrente alle gare «cucite su misura» denunciate da Raffaele Cantone), i documenti del bando per la gestione del Cara di Mineo sui tavoli di Prefettura e Viminale in tempi utili per il nuovo appalto. Che dovrà rimettere in palio tutti i servizi che sono costati 100 milioni nel triennio che scade il 30 settembre 2017. Si ripartirà da qui, salvo proroghe. Resettando. Tutto e tutti.

Solo a quel punto il Cara di Mineo avrà davvero chiuso tutti i conti col passato.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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