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Catania

La “liscìa”, il barocco e l'Etna, quando Catania è irresistibile (anche con i suoi difetti)

Di Vittorio Romano

Cosa ti piace e ti fa sentire orgoglioso di Catania e cosa invece cambieresti della tua città? Abbiamo lanciato il quesito nell’ormai consueta piazza virtuale di Facebook.

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«Mi piacciono sicuramente l’Etna, vista dalla cupola della Badia di Sant’Agata, certi scorci del centro storico e i ricami barocchi del monastero dei Benedettini - dice Teresa Longo -. Non amo l’inciviltà diffusa, la sporcizia, l’assoluta assenza di trasporti efficienti, di una programmazione culturale degna di questo nome, il provincialismo».

«La “varietà” che offre, mare montagna, arte, cucina, sono un unicum. Non sopporto il degrado degli ultimi anni, il poco rispetto verso l’altro, verso la città, verso le regole di buona convivenza civile - scrive Ettore Vinci -. Ma la cosa che più mi fa venire voglia di lasciare Catania è la sensazione di non sentirmi tutelato e protetto da chi dovrebbe, da chi chiude gli occhi».

D’accordo con lui Ettore La Bruna e Massimo Spoto, che aggiunge «un degrado della politica mai visto».

Michele Torrisi ama «il fermento artistico e culturale. Non il mare», che secondo lui è «il meno bello della Sicilia». Giovanni Pistorio è «orgoglioso del Bellini e dispiaciuto per il fatto che non si valorizzi la cultura belliniana e le potenzialità del brand. Bellissima la Plaia, il cui utilizzo è stato interdetto dai lidi che l’hanno occupata. Insomma tanto potenziale ma viene impedito lo sviluppo».

 

Marisa Mazzaglia adora «la vista da piazza Duomo di via Etnea, con l’Etna sullo sfondo. Cambierei i catanesi». Tony Felix ama «l’arte, la cultura e i luoghi incantevoli che questa città esprime. Ma il degrado sociale è al top». «La mia Catania è Catania, il mio sogno è vedere concretizzare le tante opere in sospeso e i tanti progetti presentati» dice Giuseppe Frezza.

 

«Di Catania amo la catanesità, che è un tratto della Sicilitudine, ma ha una sua specificità - scrive nel suo post Rosario Faraci -. La Sicilitudine, descritta per prima da Crescenzio Cane, richiamata da Leonardo Sciascia e da Andrea Camilleri, è il “sentiment” dei siciliani, a cavallo tra l’entusiasmo e la malinconia, fra l’esagerazione e l’arrunzamento, fra l’ospitalità e la voglia di isolamento. La Sicilitudine distingue i siciliani in due categorie: quelli di scoglio e quelli di mare aperto. La catanesità è Sicilitudine, ma anche qualcosa in più. È radicamento nel territorio, bisogno fisico, quasi viscerale, di Catania e dei suoi luoghi (bisogno di starci, ma anche di ritornarci): convivialità, dove l’amico è certe volte più importante del familiare, perché diventa il confidente; amore, nel senso letterale del termine, ma pure amore che ha bisogno di fisicità (amore tattile); spirito imprenditoriale, perché Catania è stata da sempre città mercantile; senso della famiglia, talora come limite, talaltra come opportunità di crescita; attaccamento ai colori della maglia, il Calcio Catania, foriero di gioie e dolori; distinzione fra catanesi doc e catanesi d’adozione: i catanesi doc accolgono con grande entusiasmo, talora quasi con atteggiamento fideistico, l’estraneo potente, ma allo stesso modo sono pronti a scaricarlo quando si sentono traditi nella loro più profonda catanesità» conclude Faraci.

Valentina Spina ama la sua città, «il sole, il mare e “a muntagna”. Odio i catanesi, la loro arroganza, la mancanza di rispetto verso il prossimo e il totale menefreghismo nei confronti di qualsiasi tipo di regola di convivenza civile». Anche Pina Spina è combattuta da sentimenti di «amore e odio verso i catanesi. Li amo perché la gente di Catania è solare, aperta, generosa, accogliente. Odio quelli arroganti, incivili, che non sanno rispettare questa meravigliosa città. Quelli che “tanto è già sporco, butto pure io”, quelli “spetti” che “prima vengo io”. Loro sono la vergogna della mia Sicilia».

 

Marella Ferrera adora «la liscìa catanese ispiratrice da sempre della letteratura e del teatro popolare. Non sopporto i muri di gomma della governance in generale». Leonardo Mercatanti è «orgoglioso per il barocco, il cibo, la costa, l’Etna, Bellini e Verga». Prova «vergogna per la presenza degli incivili». Chiara Murabito ama «il centro storico con le luci della sera», e ritiene sia «un peccato che la città, a parte il lungomare, abbia troppe barriere che la separano dal mare».

Roberto Scelfo scrive di «via Crociferi patrimonio dell’umanità, set cinematografico di alcuni storici film (Il Bell’Antonio di Bolognini, Storia di una Capinera di Zeffirelli e I Vicerè di Faenza) e tra le strade più belle al mondo. Eliminerei il ponte di Ognina che, a mio avviso, ha “sfregiato” uno dei borghi marinari più belli d’Italia».

Per Gabriella Napoli «Catania è un cuore pulsante, è il posto dove trovi intrecciati - in proporzioni variegate - pregi e difetti dei siciliani, è la visione della montagna mentre nuoti o passeggi sulla battigia della Plaia, è il chiosco di Giammona dove ti disseti con “seltz-doppiolimone-doppiosale” (l’ultima cosa prima di morire!), è la battuta fulminante che mette a nudo bonariamente l’ultima fesseria che hai fatto, è il nodo alla gola che ti stringe quando parti e sorvoli il cratere, ed è la lacrimuccia di gioia e ricordi quando torni e ti accoglie la parlata catanese. Catania è Catania».

 

«Diciamolo: come non amare lo street food, la tavola calda unica al mondo, il food in generale ineguagliabile e sicuramente ‘a Muntagna, i cosiddetti “giardini”, il mare - dice Edoardo Scirè Risichella. Odiosa invece la maleducazione dei catanesi verso la propria città».

Simone Serpotta si dice orgoglioso «che Catania sia una delle sette città d’Italia con la metro, un po’ meno per la munnizza».

Veronica Vinci adora «il mercato del pesce, i mercatini rionali, gli archi della Marina, il Duomo, i Benedettini, le tradizioni gastronomiche. Poi però ci si scontra con la poca valorizzazione delle stesse, pochi interventi, e soprattutto poco lavoro, con i giovani costretti a emigrare».

A Giuseppe Cirelli piacciono «i 45 minuti che impieghi dal mare al vulcano più alto d’Europa, il centro storico bellissimo e i monumenti meravigliosi. Non mi piacciono invece la spazzatura, la mancanza di verde e di cura del poco che esiste e il degrado urbanistico. Non esiste una parte della città moderna che sia degna di essere visitata, solo anonimi e bruttissimi condomini realizzati nel II dopoguerra, traffico senza regole e auto dappertutto. Il degrado di Catania è inaccettabile, questa città era fino ai primi anni ‘50 bellissima e pervasa dalla cultura. Adesso abbiamo la classe politica peggiore d’Europa, gente incapace e ignorante e senza alcuna visione».

«Cambierei le teste ai catanesi, tutti indifferentemente, capaci di raggiungere la vetta fuori “casa”, ma nel proprio habitat aggressivi, sporchi, menefreghisti. Alla Plaia toglierei tutti i lidi, inutile diaframma tra la città e il mare, lasciando soltanto i servizi da spiaggia e quelli sportivi. Ma rimarrà tutto com’è grazie alla inutile rappresentanza politica votata da noi stessi» dice Francesca Pavano. «I catanesi e il loro modo di essere: adoro! I catanesi e il loro modo di fare: odio!» conclude Paolo La Greca.

 

 

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