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Covid-19

Il Covid e il caso Sicilia, gli scenari dell'infettivologo Bruno Cacopardo: «Così è un massacro»

L'Isola ha più casi di Lombardia e Veneto messi insieme. Il virologo auspica misure severe nei centri dove il virus sta circolando maggiormente

Di Giuseppe Bonaccorsi

Mentre finalmente sembra intravvedersi una prima frenata dei nuovi contagi da Covid, a livello ospedaliero la situazione si aggrava sempre più. Già alcuni giorni fa era stato lanciato un allarme forte e chiaro dai medici per la carenza di posti letto per i nuovi malati Covid, quasi tutti no vax. E addirittura un medico di pronto soccorso aveva raccontato che i posti che venivano reperiti e dedicati al Covid finivano nel volgere di qualche giorno, esclamando «non ci sono posti che bastano»...

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Sulla base dei posti letto pubblicati sul sito dell’Agenas risulta che la Sicilia «mostra una curva dei ricoverati nei reparti ordinari al 23% e nelle terapie intensive al 13%, entrambe in crescita. Quindo sopra la soglia di saturazione del 15% i posti letto in area medica e sopra la soglia del 10% i posti di terapia intensiva occupati da pazienti Covid.  

La nuova ondata pandemica, aggravata dalla variante Delta, sta mostrando soprattutto in Sicilia tutti gli effetti devastanti della carente vaccinazione e del mancato rispetto delle regole, a cominciare dalla mascherina e dagli assembramenti. Ma adesso a lanciare un grido d’allarme alle autorità è il prof. Bruno Cacopardo, primario di Malattie infettive del Garibaldi Nesima e profondo conoscitore del Covid e timoroso per le possibili varianti che potrebbero manifestarsi.

Professore in reparto siete pieni?

«Siamo pieni».

Situazione disastrosa?

«Molto disastrosa. Noi in Sicilia abbiamo più casi di Lombardia e Veneto messi assieme, così è un massacro».

Secondo lei cosa bisogna fare?

«Bisogna identificare le aree critiche della Regione e occorre metterle subito in arancione o financo in rosso, anche se sono località turistiche. L’estate è finita... E in malo modo e il giallo è palesemente insufficiente a fermare la circolazione del virus».

 

 

Certo se oggi in Sicilia avessimo la stessa percentuale dell’Italia in fatto di vaccinazioni forse la situazione sarebbe migliore.

«Ancora bisogna dare uno strappo ulteriore alla vaccinazione e per chi si ammala occorre migliorare la gestione domiciliare. Troppi pazienti arrivano in ospedale perché mal gestiti o non gestiti affatto a casa. Per esempio bisogna avere più monoclonali. La Sicilia ormai ha più casi di tutti in Italia , ma meno monoclonali di tutti. Ed è vero che probabilmente vanno trattati tutti i casi di contagi identificati sopra i 55 anni, indipendentemente da cofattori e comorbilità. Inoltre bisogna evitare di stare a guardare i pazienti under 55 e non fare nulla. Vanno proposti e diffusi schemi di terapia antinfiammatoria condivisi coi medici curanti».

Che genere di farmaci dovrebbero essere standardizzati?

«I classici, ma si possono proporre anche la Colchicina (lo studio canadese è andato bene) e lo spray di busesonide. La semplice osservazione conduce almeno in ospedale circa il 25 per cento degli under 55 ammalati. Per questo i medici curanti vanno coinvolti proattivamente nella gestione telefonica quotidiana dei casi».

Lei ha già una idea di quello che la Sicilia attraverserà nelle prossime settimane?

«Se non reagiamo attivamente avremo tre o quattro settimane di fuoco».

Visto l’aumento massiccio di nuovi casi i vaccinati possono ancora o no stare tranquilli?

«I vaccinati, come già ribadito in passato, possono infettarsi e in qualche caso avere anche dei sintomi. Tuttavia, salvo che in pazienti molti anziani o gravemente immunodepressi, la sintomatologia è banale e facilmente gestibile a casa senza bisogno di ospedalizzazione. Tra l’altro la futuribile terza dose di vaccino dovrebbe potenziare ancora di più la risposta e renderla più estesamente efficace».

 

 

Ma le  teme o no che il diffondersi della Delta possa prima o poi portare a una variante resistente anche ai vaccini?

«Purtroppo sì, è possibile...».

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