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Cultura

Forti e ribelli, le donne siciliane cancellate dalla storia e dalla storiografia

Sono vere e proprie eroine quelle raccontate in “Siciliane contro”, il recente volume scritto da Elio Camilleri

Di Pinella Leocata

“Siciliane contro” sono le donne ribelli, le donne che sono scese in piazza, talvolta armate, per fare la rivoluzione, per opporsi ai potenti e ai prepotenti. Sono le donne cancellate dalla storia e dalla storiografia ufficiale, non a caso scritta da uomini che ci hanno tramandato l'immagine di siciliane silenziose, succubi, remissive, chiuse in casa. A ridare corpo e voce a questi “monumenti di dignità” è Elio Camilleri nel suo recente libro intitolato “Siciliane contro” pubblicato da Algra Editore con la prefazione di Graziella Proto che ha introdotto l'incontro che nei giorni scorsi si è tenuto da Lettera 82.

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Il racconto del prof. Camilleri - che per lunghi anni ha insegnato Storia e Filosofia nei licei siciliani e, da ultimo al Galilei - copre un arco di tempo che va dal 1848 ai nostri giorni. Donne protagoniste raccontate con tratti rapidi e vividi, “schegge” le definisce l'autore, che ne rendono il carattere senza edulcorarne l'immagine. Sono donne normali che situazioni eccezionali chiamano ad una scelta di campo. Spesso sono donne analfabete che pure lottano come leonesse mettendo a rischio la vita per i propri ideali, e talvolta sono donne ubriacone e violente. A unirle in questo racconto attraverso i secoli è un filo comune: il coraggio, il desiderio di libertà e la ribellione.

Un racconto che si apre con Antonia Cascio che nel 1820, a Messina, forma un plotone di sole donne e conquista il palazzo reale nella rivolta contro i borbone. E poi le decine di donne che presero parte ai moti del 1848 come Teresa “testa di lana” che, dopo l'assassinio dei figli nel commissariato di Palermo, imbracciò le armi per lottare “gli sbirri e i ricchi” e soprattutto la Guardia nazionale, espressione dei ceti aristocratici e benestanti.

E ancora donne in strada al fianco dei garibaldini nel 1860. Tra loro spicca la figura contraddittoria di Giuseppa Bolognara, detta “Peppa la cannonera” perché il 31 maggio, a piazza Ogninella, riuscì a sottrarre un cannone a un reparto dei borboni e glielo rivolse contro facendo numerose vittime. Eppure pochi mesi dopo, a Biancavilla, quando “i cappeddi” e i garibaldini si misero insieme, fece parte del gruppo che catturò e fucilò i contadini che lottavano per le terre demaniali contro i privilegi dei proprietari terrieri. Tra i rivoltosi si era distinta anche una donna, Vincenza Vicceri, condotta anche lei davanti al plotone d'esecuzione.

E ancora donne protagoniste dei fasci dei lavoratori, “la rivoluzione più importante dell'Ottocento dopo la Comune, quando il proletariato siciliano fu capace di un grande movimento contro lo sfruttamento nei campi, soprattutto nella Sicilia occidentale”. Donne che i preti trattavano come sgualdrine cui negavano i sacramenti e persino l'accesso in chiesa, un'esclusione pesante per chi credeva.

 

 

Donne che all'inizio del Novecento furono protagonista della grande migrazione negli Stati Uniti d'America dove decine di loro, camiciaie, trovarono la morte a New York nell'incendio della Triangle Shirtwaist Company. E donne pacifiste che scendevano in strada, in processione, contro la partecipazione alla prima guerra mondiale prima e poi contro la seconda guerra mondiale, come Maria Occhipinti che, dopo l'8 settembre, a Ragusa, divenne leader del movimento anarco-antimilitarista “Non si parte” contro l'arruolamento forzato per la ricostruzione dell'esercito italiano. Per fermare una camionetta piena di ragazzi non esitò a distendersi davanti alle ruote sebbene incinta al quinto mese.

E ancora siciliane a lottare per la Resistenza e vittime delle atroci torture dei nazifascisti, come le catanesi Graziella Giuffrida e Salvatrice Benincasa. E le donne del 1948, a fianco di mariti, fratelli e figli sindacalisti che lottavano e venivano trucidati per l'applicazione anche in Sicilia della riforma agraria che prevedeva la frantumazione del latifondo e la distribuzione delle terre ai contadini. E ancora le donne contro la mafia, tante, eroiche, tragiche.

Donne come Lia Pipitone fatta uccidere in un finto incidente dal proprio padre, boss dell'Acquasanta, perché con il suo comportamento libero inceppava la sua carriera criminale. E Michela Buscema che si presenta con orgoglio al maxiprocesso per indicare gli assassini mafiosi dei suoi due fratelli. E la piccola grande Rita Atria che, ancora ragazzina, dopo l'uccisione del fratello, seguita a quella del padre, boss di Partanna, va dal giudice Borsellino e denuncia decine di mafiosi. Poi, dopo la strage di via D'Amelio, quando capisce di essere rimasta sola, si suicida gettandosi dal settimo piano di un palazzo dove viveva da sola, seppure minorenne.

Donne che meritano di essere conosciute e ricordate perché parte importante della nostra storia. 



 

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