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Editoriali

"Catania, dopo il disastro ora tutti diano un contributo"

Serve una cabina di regia, servono l'Università, la Chiesa, i cittadini. Servono luoghi dove incontrarsi e affrontare i problemi

Di Emiliano Abramo

MediCane alla fine ha risparmiato Catania, ma questo purtroppo non è servito ad evitare danni enormi registrati in città e in tutta la costa ionica.
In questi giorni abbiamo pianto innanzitutto per la vita di tre persone strappata via dal flusso di acqua e fango. Purtroppo molti altri hanno rischiato di perderla e a volte sono stati salvati dalla solidarietà di un passante, dall’efficienza della protezione civile o magari da un conducente di un autobus che ha usato il mezzo pubblico per soccorrere persone in difficoltà. Poi ci sono i poveri che come al solito hanno sofferto più di tutti. Penso ai senza tetto che hanno raggiunto il Palazzetto dello sport per trovare riparo ma anche ai tanti che non hanno abbandonato il proprio giaciglio per paura di perdere le proprie tende o altri beni che caratterizzano e riscaldano la loro vita in strada. Ma hanno sofferto anche tanti che vivono in case del centro storico, come nei quartieri Civita e San Cristoforo, o ancora periferie coma Vaccarizzo e Santa Maria Goretti: un piccolo popolo di persone che spesso vivono in case antiche e a volte fatiscenti e hanno trovato ospitalità da amici e parenti, dopo notti di paura. Per non parlare dei commercianti, ristoratori e operatori di ogni genere della nostra economia che continuano a contare i danni, dopo quelli subiti in tempo di pandemia.

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Insomma la nostra è una città provata ancora una volta, uscita indebolita e impoverita dopo le restrizioni determinate dalla diffusione del virus Covid-19, che oggi fa la conta dei danni e degli sfollati ma fa anche i conti con la paura di una nuova alluvione e del sentirsi nuovamente soli ed isolati ovvero dentro una dimensione sociale e geografica tristemente conosciuta anche in questi giorni.


Papa Bergoglio durante il lockdown ci diceva che dalla crisi non si esce uguali: aveva ragione! In questo tempo di ricostruzione della nostra città vogliamo ripartire da questo tratto umano mostrato diffusamente da tanti, dalla solidarietà, dall’interesse per la vita degli altri. Possiamo costruire una rinascita e possiamo farlo insieme. Il tempo che ci apprestiamo a vivere non deve essere quello delle accuse o delle rivendicazioni, ma piuttosto di una società che si è fatta comunità e che guarda avanti, perché la storia del nostro futuro appartiene a chi la vuole scrivere.

 

Serve una cabina di regia, serve l’Università, la Chiesa. Servono luoghi dove incontrarsi fisicamente e ragionare, costruire, progettare, sognare, risolvere i problemi o almeno affrontarli.


Ne cito alcuni che dormono da tempo: edilizia pubblica, emergenza abitativa, dormitori, messa in sicurezza della zona industriale, danni all’agricoltura, regolamentare vita e attività commerciali nel centro storico, periferie da rendere belle e vivibili, aree verdi, mobilità integrata, rifiuti da raccogliere, canale di gronda e sicurezza. Non è un elenco esaustivo, ma indica alcuni temi dai quali ripartire ed essere di più una comunità responsabile ed interessata.
L’appello va sicuramente rivolto alla politica e alle istituzioni, ma anche ad ogni singolo cittadino: nessuno si senta escluso perché nella difficoltà abbiamo dimostrato di potere essere tutti sanamente protagonisti.


Allora accanto ai ringraziamenti per i tanti cittadini che si sono distinti con atteggiamenti solidali, alle associazioni di volontariato, ai vigili del fuoco, alla protezione civile e a chiunque abbia risposto in modo umano alle emergenze di questi giorni credo che ci sia bisogno di rivolgere delle scuse all’indirizzo dei più giovani. Quanto poco abbiamo ascoltato la loro voglia ed il loro impegno per un mondo green? Quanto li abbiamo presi sul serio quando parlavano di plastic-free o di cambiamenti climatici? 


Eppure oramai da tempo abbiamo visto le temperature innalzarsi e i ghiacciai sciogliersi, le bombe d’acqua e la tropicalizzazione del clima e dei mari. Abbiamo scelto di non affrontare questi problemi, sottovalutandone le conseguenze. 
I più giovani invece hanno scelto di trattare questi temi e di farne una bandiera identitaria. La generazione Z e quella dei Millenials sono state sottovalutate, le loro istanze spesso giudicate come un’emozione o addirittura un’esagerazione, inascoltate. 
Oggi capiamo che il loro parlare è molto di più: è una dichiarazione d’amore per il pianeta e per il creato. C’è l’odore buono del futuro in questa gioventù che si allea, si impegna e che, speriamo, trovi condizioni e motivazioni per non essere costretta a lasciare troppo in fretta la nostra regione anzi, magari scelga di restarci! 


Nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità possiamo liberare la Sicilia dal fango rimasto dopo la pioggia e lo possiamo fare insieme, aspettando un nuovo sole. 
Emiliano Abramo, Comunità di Sant'Egidio

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