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Editoriali

Strage Borsellino, meno retorica e più chiarezza: ecco il vero omaggio

Eccoci un’altra volta a commemorare. Ma commemorare cosa? Come? Perché?

Di Andrea Purgatori

Trent’anni dopo. Due generazioni dopo. Decine di processi dopo (chi li conta più?). Dopo lo scandalo della prescrizione che qualche giorno fa ha riconsegnato al buco nero degli interrogativi senza risposta due imputati per il depistaggio di Stato sull’autobomba che fece a pezzi Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta in via D’Amelio, eccoci un’altra volta a commemorare. Ma commemorare cosa? Come? Perché?

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Due mesi fa, alla vigilia del trentennale della strage di Capaci, il procuratore Nino Di Matteo che da un quarto di secolo è l’uomo più scortato d’Italia, quello a cui Riina voleva far fare «la fine del tonno», mi disse: «Guai a far sì che quest’anniversario trascorra solo nella retorica e nel ricordo, sarebbe come tradire l'eredità di Falcone». Già, e allo stesso identico modo quella di Borsellino. Eroi, per noi. Vuoti a perdere, per lo Stato. Consapevole ma indifferente allora al fatto che abbandonarli nella lotta alla mafia avrebbe significato farli morire ammazzati. Consapevole ma indifferente oggi al fatto che tutta la verità su quella stagione stragista che non fu solo storia siciliana ancora non la conosciamo. 

 

Ecco l’eredità di cui parla Di Matteo. L’unica via possibile che Falcone e Borsellino concepivano e percorrevano: la necessità di indagare per sapere. Che adesso è parte del dopo ma nessuno dovrebbe anche solo immaginare di archiviare. Sapere quale fu la genesi di quelle stragi. Sapere quali rapporti e interessi inconfessabili legavano Cosa Nostra a pezzi deviati dello Stato. Sapere se e chi oltre a Cosa Nostra suggerì e collaborò, direttamente o indirettamente, alla realizzazione del piano stragista che almeno in parte cambiò il corso della storia del Paese. Un piano che era terroristico con finalità eversive e puntava a costringere lo Stato a trattare con quella mafia che a vari livelli era diventata essa stessa Stato. In quel groviglio di interessi economici, finanziari e naturalmente politici attraverso cui era arrivata a controllare non soltanto la Sicilia ma settori strategici della vita nazionale. 

 

Ecco perché arrendersi trent’anni dopo all’idea che una prescrizione dovrebbe privarci della verità su via D’Amelio non è un modo per commemorare Borsellino. Ma un modo, l’ultimo in ordine di tempo, per insultarne il lavoro, il sacrificio e la memoria. O come ha detto brutalmente sua figlia Fiammetta, per ammazzarlo una seconda volta. Dunque, se è vero come è vero che lo Stato, con colpevole ritardo, riuscì a decapitare la testa della Cosa Nostra corleonese, è anche vero che di quella zona grigia in cui si barattavano vite di magistrati, politici onesti, uomini delle forze dell’ordine in cambio di voti e affari, sappiamo troppo poco. Troppo poco per commemorare a testa alta quei morti. «Dal punto di vista politico istituzionale temo che si voglia considerare il tempo dello stragismo un capitolo chiuso. Che è tipico dell'Italia e non solo della mafia», mi disse ancora Di Matteo. Aggiungendo una considerazione non da poco sul filo che unisce indissolubilmente la verità negata su quella stagione alla latitanza trentennale di un uomo che quei segreti li conosce tutti per esserne stato artefice e protagonista: Matteo Messina Denaro.

 

Ecco perché c’è da fare poca retorica su quest’anniversario, via D’Amelio, e quelli che l’hanno preceduto. Ma grande chiarezza. Per intenderci, quella chiarezza che non s’è vista nelle giustificazioni raffazzonate con cui si è cercato di spiegare come mai nel Paese del terrorismo e delle porte buttate giù al minimo sospetto di un covo delle Brigate Rosse, i carabinieri entrarono in casa di Totò Riina soltanto 18 giorni dopo la sua cattura. Quando tutto era sparito, persino la carta da parati, e a quanto sostengono diversi collaboratori di giustizia l’archivio del Capo dei Capi era finito appunto nelle mani di Messina Denaro. «L’assicurazione sulla latitanza che gli permette ancora oggi di ricattare lo Stato», dice senza giri di parole Di Matteo. 
Anche per Messina Denaro sono passati trent’anni, ma in libertà. Ecco un’altra buona ragione per commemorare a testa bassa.
 

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