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Cronaca

A Catania è... arancione relativo: viaggio nella città in semi-lockdown

Di Redazione
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CATANIA - Alle dieci e mezza della sera, quando la saracinesca è abbassata da un po’, la chiusura ha il sapore, amaro e beffardo, della liberazione. «Così ce la finiamo, per oggi, con questa presa in giro».

Catania, vicolo Santa Filomena, ombelico della movida che non c’è più per decreto. Cala la notte sul primo giorno di quasi-lockdown. È la resa, silenziosa, dei commercianti onesti. Quelli che - dura lex, sed lex - hanno rispettato il divieto vendere bevande e alimenti al bancone, rifugiandosi nell’oscuro tunnel dell’asporto e del domicilio.

E così Igor Farfante, titolare della Polpetteria, barcolla ma non molla. «Ci abbiamo provato, ci stiamo provando. Da lunedì sospendo il delivery a pranzo, lo farò soltanto dalle 19 alle 22,30, per garantire un servizio alla clientela più affezionata. Uno-due dipendenti a turno, tutti gli altri in cassa integrazione, non si può fare diversamente». Una resa? Non ancora: «Non mi demoralizzo per il fatto che qualche incompetente voglia distruggere quello che ho costruito in tanti anni. Siamo in ginocchio, ma resisteremo. Chiediamo solo che ci diano la sospensione di tasse e utenze, non vogliamo nemmeno l’elemosina dei rimborsi o le buffonate dei click-day della Regione».

Igor fa parte della maggioranza silenziosa di una città un cui, però, il primo giorno delle nuove regole dell’ultimo Dpcm non sono state proprio seguite alla lettera. Dai cittadini, prima ancora che dai commercianti. Alla luce del giorno, infatti, Catania si presenta come la città caotica di sempre. Da ieri, ad esempio, c’è il divieto di spostarsi dal proprio comune di residenza se non per motivi di necessità. E fra questi non rientra certo il «mi staiu facennu ’na passiata» che ci rivela un automobilista di Misterbianco incolonnato in viale Libertà, all’angolo con via Umberto, a mezzogiorno in punto. Il traffico resta intenso, nonostante la chiusura delle scuole superiori e lo smart working in uffici e aziende.

Arancione relativo. Come se l’escalation di contagi e di ricoveri non ci fosse, come se ci trovassimo ancora nella lunga estate calda delle cicale sprecone di libertà, che ora non vogliono tornare formiche nella tana dei divieti. Le mascherine, quelle sì, le indossano tutti, come se fossero feticci, o meglio ancora pezze per rattoppare la coscienza. Ma chi si aspettava - da ieri, per legge - meno gente per strada, a Catania ha sbagliato città.

E non è soltanto una verità baciata dal sole quasi estivo. Anche quando è già buio, infatti, regole e divieti si mischiano a furbetti e deroghe fai-da-te. Anche perché in giro - di giorno così come di notte - di controlli se ne vedono ben pochi.
Avaja, nu pigghiuamo ’stu cafè? La tentazione più forte, alla quale molti baristi col cuore in gola resistono, è la consumazione al bancone. Nei locali aperti soltanto per asporto e consegne a domicilio, la tazzina calda è già un sogno. Il cronista, in un test a campione, la chiede un po’ ovunque. La risposta, quasi unanime, è: «Non glielo posso fare qui. Glielo metto nel bicchierino e se lo beve dove vuole». Ma ogni regola ha la sua eccezione. E così, quasi come fosse una lattina di coca di contrabbando nella Cuba di Fidel, qualcuno disponibile a servirti un caffè in versione «su pigghitillu, ma aiutati» non è difficile trovarlo. In zona stazione, ma anche in un baretto dietro piazza Università.

Nella Repubblica Autonoma di Via Plebiscito, poi, si rispetta il Dpcm in modo creativo. Certo, fa impressione vedere gli arrusti e mancia della Horse Valley quasi tutti chiusi e i pochi aperti soltanto per l’asporto. Ma basta fare qualche centinaio di metri, anche a sera inoltrata, per vedere chioschetti con punto scommesse annesso (o punti scommesse con chioschetti annessi?) serenamente aperti, panifici con sedie e tavoli all’aperto, bar con consumazioni allegre. Punti di aggregazione, in altri tempi. Assembramenti creati da chi non rispetta la legge, adesso, nel bel mezzo della seconda ondata della pandemia. Come quell’immensa brace, con carne e cipollate che passano subito dalla griglia alle fauci affamate di proteine e socialità. E per chi lo vuole c’è anche un bicchiere di vino novello, per digerire senza troppi pensieri, seduta stante, l’equina trasgressione.

Ma sì, non ci sono più i lockdown di una volta. Perché il primo, quello totale e totalizzante, portava con sé la puzza della paura e il profumo della speranza di #andratuttobene. Adesso, invece, è come se fosse scattata una darwiniana lotta per la sopravvivenza. In una giungla dove non sopravvive il più forte, ma il più furbo. Così, ad esempio, da Savia - tempio laico dell’arancino - l’ordinata fila per portarsi a casa un vassoio di pezzi di tavola calda sembra quasi un inno alla speranza. «Io alla mia cipollina quotidiana non ci rinuncio. Conte non vuole farmela mangiare qui e io me la porto a casa», sbotta Antonino, un pensionato che porta il pacchetto con la sacralità di un totem tradendo la voglia di aprirlo in strada.

Ma una cipollina non fa primavera, nel gelido inverno anticipato di bar e ristoranti. «Una presa in giro colossale», la dichiarazione di Sicilia zona arancione, per Confcommercio e Fipe. Non a caso le associazioni hanno dato mandato allo studio legale “Vocati” (con un team di avvocati composto da Martina Scaletta, Alberto Maria Fichera e Giacomo Bellavia, supportati da Luigi Carbone) di presentare ricorso contro l’ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, chiedendo «l’immediata sospensiva» delle misure restrittive. «Se la Regione non se la sente, lo faremo noi - sbotta Giovanni Trimboli, presidente dei ristoratori Fipe - perché la zona arancione è un modo per dire “restate aperti e morite, perché non ristori non ve ne diamo”. E noi non ci facciamo mettere i piedi in testa».

Davide contro Golia. In una città in cui, a notte fonda, si vede finalmente qualche pattuglia delle forze dell’ordine. Alle 22,45 incrociamo due giovanotti a bordo di uno scooter, in un corso Italia spettrale. E voi che ci fate qui? «Noi rispettiamo il coprifuoco di Musumeci, quello delle undici, e non quello di Conte, che è alle dieci.,.», la (catanesissimia) risposta bruciante. Come se le regole fossero un self-service. Ma poco dopo, quasi all’ora in cui Cenerentola lasciò la scarpetta, i furbetti della notte sono ancora tanti. Troppi, in una Catania che non vuole andare a dormire. Nemmeno col coprifuoco.

Twitter: @MarioBarresi

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