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I “Vespri” antimafia di Emma Dante nel 30° anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino

Boss, pupi e manifestazioni di protesta con i volti dei martiri di mafia: grande successo per l'apertura del Teatro Massimo di Palermo

Di Mariangela Di Natale |

Un’opera di cinque atti, della durata di 4 ore, e un balletto in lingua originale francese, così come progettato da Verdi, ma con la Sicilia di Emma Dante che non dimentica le stragi di mafia. Scene magistralmente tragiche, che hanno segnato la storia della nostra città e del nostro Paese, tagli  di luci e ombre. Così ieri sera i  Vespri Siciliani di Emma Dante, per la première al Teatro Massimo di Palermo alla presenza delle cariche istituzionali. (dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando al  presidente della regione Sicilia, Nello Musumeci). Nel trentesimo anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino, il Teatro della lirica, ha inaugurato, (giovedì 20 fino al 26 gennaio) la stagione 2022 con Les Vêpres Siciliennes di Verdi, con la regia di Emma Dante, prima esecuzione a Palermo dell’edizione in lingua francese, diretta dall’energica bacchetta di Omer Meir Wellber, nel nuovo allestimento in coproduzione con Teatro San Carlo di Napoli, Teatro Comunale di Bologna e Teatro Real di Madrid. Una rappresentazione che ha visto il debutto del direttore artistico, Marco Betta, da pochi giorni alla guida del Teatro Massimo nella  veste di sovrintendente.

Una nuova edizione dei Vespri, quella della  Dante, con simboli legati alla Sicilia, che lasciano  spazio alle attese, allo spessore teatrale e alle toccanti enfasi, in una suggestione in continuo divenire, conquistando totalmente il cuore del pubblico. Nell’adattamento di Emma Dante, con la collaborazione di Omer Meir Wellber, c’è la Palermo di oggi a fare da sfondo alla storia di oppressione di rivoluzione messa in musica da Verdi, che ci parla di ribellioni, sradicamenti, lotte identitarie ma in cui c’è tanta contemporaneità. È la riscossa civile della città, terreno di indignazione e dolore di un popolo oppresso, come e peggio del dominio angioino, dopo le stragi di mafia. I Vespri che nel 1282 a Palermo erano contro gli invasori  francesi, nella versione della Dante, diventano i rivoltosi  contro il malaffare, i mafiosi, il crimine che tanti lutti hanno causato alla città e al mondo intero.

Un’oppressione  legata al crimine organizzato, alla mafia che, secondo la Dante, “pesa sul popolo  togliendogli la libertà, con l’atteggiamento mafioso degli oppressori. In scena, a vessare il popolo siciliano non c’è un esercito nemico, ma i membri di una cosca mafiosa”. Una metafora contro Cosa Nostra, una ribellione della società civile dopo le stragi del’92, che scoppia nel quinto atto, al suonar delle campane del Vespro. Un conflitto tra mafiosi e siciliani inoperosi in una sfida tra ballo popolare, la tarantella dei siciliani, dal ritmo accattivante, e quello moderno americano, della break-dance, degli oppressori, dagli scatti e movimenti snodati.

Lo spettacolo comincia con il teatro che vomita la tradizione, “i  rifiuti speciali” cioè  i Pupi, “che si rianimano grazie alla musica, che riesce richiamare in vita ciò che sembrava morto e di più caro, qualcosa che qualcun altro aveva buttato via privandoci di un tesoro”. Il sipario si richiude i pupi rimangono a giacere  inermi e inanimati sul palcoscenico per quasi tutta l’ouverture. È il racconto  della morte della tradizione.

Il primo atto si apre con  i Vespri dell’antimafia che, nella nota piazza palermitana, Piazza Pretoria, evocata dalla fontana e dalle statue, ricostruite dallo scenografo Carmine Maringola, sfilano in un corteo corale con stendardi che ritraggono i volti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli uomini della scorta, Boris Giuliano, Peppino Impastato, Pippo Fava e tanti altri. Pupi che si animano, ambulanti, mafiosi, a rappresentare i Vespri di Emma Dante e la sua città. Un  lavoro creativo contestualizzato,  condiviso  dal direttore musicale del Teatro Massimo, sul podio dell’Orchestra, Omer Meir Wellber, che esemplifica con i  ballabili, la danza delle Quattro stagioni che invece di eseguirli tutti insieme nel terzo atto (come nella tradizione parigina che conteneva i ballabili a metà dell’opera,)  vengono distribuiti nel corso dell’azione, suonati in un momento diverso e anche con orchestrazioni diverse dal forte impatto palpitante da un pubblico visibilmente soddisfatto.

E poi la scena dell’Autunno, nel primo atto, con la street band, composta da fisarmonica, clarinetto e contrabbasso, dalle melodie siciliane, e l’Estate, nel terzo atto, eseguita rispettando scrupolosamente la partitura del compositore, senza una nota aggiunta, riescono a suscitare un’esegesi musicale aspra, tremante e accesa. Una opzione che, a parer di Omer Meir Wellber, dimostra “come le scelte musicali e registiche vadano di pari passo nel creare un nuovo mondo, pur rispettando il testo originale”.

La sinergia con Emma Dante – ci spiega Wellber– nasce da un  grande lavoro fatto insieme nel 2009,  la  Carmen di Bizet alla Scala di Milano, quando ero assistente del maestro, Daniel Barenboim. Storie passionali, idealismi politici  ci accomunano sul palcoscenico, che ci fanno andare avanti senza paura delle impennate creative, con personaggi forti e provocatori, con l’intento di risvegliare la coscienza”.

È un Verdi diverso da come siamo abituati a vedere e  ascoltare. Innanzitutto, perché è un  genere francese ed è differente. Poi vi è lo spartito musicale, la grande orchestrazione, la sapienza drammaturgica e le abilità teatrali innovative, in cui ogni atto è diverso e  condotto in un’atmosfera sempre nuova, dai profondi ritmici melodici, rigorosi come nel rinomato prologo dell’aria  "O tu Palermo, terra adorata… alza la fronte tanto oltraggiata, il tuo ripiglia primier splendor!”, canta uno dei personaggi principali dell’opera, il leggendario cospiratore Giovanni da Procida. Non è quindi strano trovarsi di fronte a una regia che non si limita a collocare lo spettacolo in un luogo e tempo preciso, ma ci fornisce un grido solenne nel segno del riscatto. Les Vespres siciliennes eseguita, con il famoso balletto delle Quattro stagioni, al modo della Grand Opéra francese, che Verdi scrive, sul libretto di Eugène Scribe e Charles Duveyrier è la prima rappresentazione assoluta che si tiene al Théâtre de l’Académie Impériale di Parigi, 13 giugno 1855.

Verdi sceglie dunque un episodio storico fortissimo, la rivolta dei Vespri siciliani del 1282, quando a Palermo, all’ora dei vespri, il popolo siciliano si ribellò ai dominatori francesi, gli Angioini, scatenando una lunga serie di rivolte in tutta l’isola. A ciò aggiunge il dramma personale, laddove il rivoltoso Henri, innamorato della duchessa Hélène, sorella del defunto capo della resistenza Federigo d’Austria, scopre di essere il figlio del governatore francese Montfort, suo acerrimo nemico. Dunque un popolo oppressore e uno oppresso. Quasi ogni opera verdiana, in qualsiasi tempo e luogo venga ambientata, reca con sé le tracce di un discorso politico più ampio. Una vecchia storia che si ripete all’infinito, da sempre, e che nell’arrangiamento della Dante, si contrappone tra Boss e siciliani.

D’altronde Emma Dante è stata forgiata nella grande fucina creativa e si vede; è evidente dal modo in cui coglie i significati politici e con cui accentua gli aspetti di critica sociale, in ogni opera che affronta e qui è più evidente. Ma c’è ancora di più. Perché la regista possiede per sua natura artistica, una sensibilità circa le ragioni umane, emotive, dei singoli che compongono la società. Così come nella storia dei Vespri, dove è l’umiliazione del singolo a dare il via alla rivolta contro i francesi. Ed è proprio questo il nodo gordiano della messa in scena: la mafia ai danni dei siciliani diviene il simbolo di una violenza generale, ai danni di una collettività, di una popolazione mondiale. Le scene impetuose e travolgenti, sul palco si fanno carico di rappresentare i concetti di prepotenza  e prevaricazione, diventando reali e metaforici. In questo senso, i costumi di Vanessa Sannino : tute, scarpe da ginnastica per lo stile degli oppressori dunque dei mafiosi; e kilt e scialli neri per i siciliani oppressi. La scenografia del maestro Carmine Maringola, la barca sospesa in aria con l’immagine di Santa Rosalia, aiuta a definire i confini emotivi in cui tutto ciò accade,  riproducendo oggetti simbolo, tipici della cultura siciliana,  pupi,  teste di Moro, e ancora luoghi e monumenti cari ai palermitani, strade, palazzi e fontane. Targhe di vie insanguinate dagli omicidi di Mafia che, nel secondo atto, con spettacolari movimenti scenici, di Sandro Maria Campagna  scendono dall’alto, cosi come la barca sospesa con l’immagine di Santa Rosalia. E’ l’ultimo atto, con  la cancellata che circonda e imprigiona Helene in cui si avverte una forte presenza “di violenza e oppressione”. La Coreografia di Manuela Lo Sicco, le  luci di Cristian Zucaro, che attraversano l’ambientazione, ricreano un luogo naturale e identico.  Il tutto, sembra rappresentare quest’eterna,  contrapposizione di fazioni opposte.

In siffatta idea di regia le immagini si riferiscono anche alla profondità del trauma subito da questa terra, vissuta nelle sue viscere, inscindibile dalla sua origine. In un contesto musicale in cui Verdi dà il meglio di sé, travestendosi con grande successo da francese, l’orchestra e il suo poliedrico direttore, Omer Meir Wellber, risuonano potentissimi, facendo vibrare il Teatro  sotto ai nostri piedi, con la citazione della scena finale del Padrino III.  La regista siciliana ci presenta un suo personalissimo Verdi. Così, si lancia nell’impresa e, ovviamente, ci riesce benissimo,  lasciando a bocca aperta gli spettatori del Massimo strappandogli lunghi e sentiti applausi tra gli atti: una direzione potente, violenta, appunto, che non lascia un attimo di respiro al pubblico, sempre pronto a vibrare ed entusiasmarsi dalla poltrona.

Di altissimo livello, di conseguenza, le performance del coro del Teatro Massimo diretto da Ciro Visco,  del Corpo di ballo di Davide Bombana , che lasciano presagire in una nuova e grande stagione operistica. E infine un grande plauso va  al cast vocale e agli Attori della Compagnia Sud Costa Occidentale, messo a dura prova dalla difficoltà di quest’opera. Da  Ninetta di Carlotta Vichi; a  L ’Hélène di  Selene Zanetti, dai virtuosissimi vocali come slanci acrobatici verso l’acuto; il Monfort di   Mattia Olivieri, un buon interprete vocale, che emoziona, soprattutto nel duetto con Henri, di Leonardo Caimi. Il basso uruguayano, Erwin Schrott, di ritorno al Teatro Massimo dopo il clamoroso successo del concerto di Capodanno, nei panni del cospiratore Procida, è perfettamente in parte, credibilissimo nel suo acuto. Lui, grande interprete, alle prese con un timbro scuro ma brillante, non perde un colpo e tira fuori una voce potente e chiara, alzando ulteriormente il livello della serata.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA