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Da Alfredino a Rayan, passando per Mahi e Julen: quelle giovani vite inghiottite da un buco nero

La vicenda del bambino caduto in pozzo in Marocco ed estratto morto dopo giorni di angoscia ricorda altre storie simili

Di Redazione

La storia di Rayan, il bimbo caduto nel pozzo mentre giocava e morto dopo oltre cento ore a 32 metri sotto terra, incrocia molte altre storie, storie che drammaticamente si ripetono e che risvegliano l'nagoscia di chi ha vissuto le vicende di bambini come Alfredino Rampi, il piccolo nel 1981 a Vermicino morì dopo giorni di agonia a seguito della sua caduta accidentale in un pozzo artesiano, Mahi in India nel 2012  o Julen in Spagna nel 2019. Tutte storie seguite con apprensione da paesi interi ma anche da tutto il mondo, storie che purtroppo non hanno avuto un lieto fine, storie di bambini inghiottiti da un pozzo.

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 ALFREDINO RAMPI

Una tragedia che gli italiani non hanno mai dimenticato. Per tre giorni tutta la nazione, incollata davanti alla televisione, seguì l'agonia di Alfredino Rampi.  La vicenda del '"pozzo maledetto" cominciò alle 19 del 10 giugno 1981, e subito i giornali radio dettero grande risalto alla notizia. Il bambino era andato con i genitori, Nando Rampi e Franca Bizzarri, nella casa di campagna nei pressi di Frascati. Rincasando il padre non lo trovò. Immediatamente scattarono le ricerche. I lamenti provenienti da un pozzo artesiano portarono un sottufficiale della polizia alla tragica scoperta.  Le prime ore delle operazioni di soccorso trascorsero nell'incertezza della via migliore da seguire. Fu calata al bimbo una tavoletta legata a una corda che resto' incastrata e che comporto' in seguito difficoltà insormontabili per far giungere ad Alfredino soccorsi di ogni genere. Intanto, un microfono sensibilissimo fu calato ad alcuni metri di distanza dal bimbo. E così a tutti gli italiani fu possibile ascoltare per quasi due giorni le invocazioni di aiuto di Alfredino, mentre da quel momento ebbe inizio il drammatico dialogo tra il piccolo e il vigile del fuoco Nando Broglio.

Non si lasciò niente di intentato: un ''uomo ragno'' cerco' di rimuovere la tavoletta e si cominciò a scavare con una trivella. E intorno, tantissima gente, venuta non soltanto da Roma ma anche da città vicine nella speranza di vederlo uscire salvo. Intanto ad Alfredo veniva fatto bere saccarosio da una flebo calata giù nel cunicolo. Anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò sul luogo della tragedia e volle parlare con il bimbo. Poi, all'ottimismo che aveva preso un po' tutti i presenti nel pomeriggio del secondo giorno di soccorsi, quando la trivella era scesa a 31 metri, a poco a poco si sostituì l'angoscia. Alfredino era scivolato di altri 30 metri. E tutto avvenne in una interminabile diretta televisiva delle due reti della Rai.    

Vani furono anche gli sforzi dei volontari Angelo Licheri e Donato Caruso, che si calarono nel pozzo e piu' volte cercarono di legarlo. All'alba del terzo giorno il bimbo morì. E subito seguirono le polemiche per la conduzione dei soccorsi con il lancio di accuse di imperizia.

MAHI

Mahi è la bambina indiana caduta mentre giocava il 20 giugno del 2012, giorno del suo quinto compleanno, in un pozzo di 25 metri a Manesar (sud di New Delhi). Il suo dramma si è concluso in tragedia dopo 86 ore quando il suo corpo senza vita è stato riportato alla luce e caricato per una inutile corsa verso un ospedale su una automabulanza militare.  Il decesso di "Baby Mahi", che alcuni medici e specialisti avevano considerato possibile per le circostanze dell'incidente, non fu reso noto subito e per qualche decina di minuti milioni di persone avevano sperato in un miracolo che però, come nel caso di Alfredino Rampi, non c'è stato.   Immaginabile la disperazione dei genitori (la mamma Sonia ed il papa' Neeray) che non hanno esitato ad addossare la colpa dell'accaduto a ''disumani amministratori locali'', mentre molte persone che avevano seguito attraverso i media la disperata corsa contro il tempo, hanno chiamato le tv e le radio, o usato Twitter, per manifestare sconforto o disappunto.  

JULEN ROSELLO

Tredici giorni di angoscia, speranza, paura. Ma il miracolo anche in questo caso non c'è stato. E, alla fine, quando la squadra di soccorritori che ha lavorato senza sosta in condizioni al limite dell'impossibile è riuscita a raggiungere il piccolo Julen ha trovato quello che tutti avevano temuto fin dall'inizio: un corpicino senza vita.    L'autopsia ha stabilito che il piccolo è morto il giorno stesso della caduta. Il bimbo di due anni è caduto il 13 gennaio 2019 in un pozzo largo 25 centimetri e profondo oltre 100 metri a Totalan: è precipitato "in caduta libera per 71 metri" e su di lui sono cadute pietre e altri detriti. Il corpo è stato ritrovato con le braccia in alto.

La Spagna ha messo in campo le migliori squadre di specialisti per tentare di salvare il piccolo caduto in un pozzo scavato - a quanto pare illegalmente - per cercare una falda d'acqua nella tenuta di parenti dove, quel maledetto 13 gennaio, la famiglia si era riunita per un picnic. Centomila tonnellate di terra sono state rimosse per arrivare a Julen, in una maratona contro il tempo di 300 ore, con un enorme spiegamento tecnico e di mezzi, che ha mobilitato oltre 300 persone e una sessantina di imprese nazionali e internazionali. Ma per Julen non c'era comunque nulla da fare.

RAYAN

Ha lottato per rimanere vivo, ma non ce l’ha fatta il piccolo Rayan, 5 anni, che per quattro giorni ha tenuto con il fiato sospeso il Marocco ed il mondo intero, mentre una mega operazione di soccorso cercava di salvarlo.  La notizia è rimbalzata, come una doccia fredda, dopo una decina di minuti da quelle immagini, convulse, rilanciate dalle dirette delle tv che per giorni hanno seguito i soccorsi. Quelle immagini che raccontavano che il bambino era stato recuperato, estratto da quel maledetto pozzo, che avevano fatto tirare un sospiro di sollievo. Lasciando intendere che potesse essere in salvo. Ma la nota della stessa casa Reale del Marocco ha gettato nello sconforto: «E' deceduto per le ferite riportate nella caduta».

Poche parole che hanno gettato nello sconforto tutti coloro che per ore, giorni e notti, hanno seguito i lavori dei soccorritori, impegnati in un’operazione di salvataggio titanica, scattata già martedì scorso quando il bambino, che stava giocando in un campo, è precipitato in quel buco nero, in quel pozzo di proprietà della famiglia. 
 Un’immensa operazione di salvataggio, tra le mille difficoltà, gli intoppi, i rischi di smottamento, le speranze ma anche le delusioni. Lunghissime giornate in cui i soccorritori non si sono mai dati per persi. A cominciare da Ali El Jajaoui, arrivato da Erfoud, ormai divenuto l’eroe del deserto: quell'uomo, di professione specialista di pozzi, che appena appresa la notizia del bimbo è subito partito dal sud del Paese per raggiungere il villaggio di Rayan.

E ha scavato per ore e ore senza fermarsi, a mani nude dopo che un imponente lavoro di 5 escavatori aveva aperto una voragine che ha permesso si arrivare alla profondità in cui si trovava il bambino. E permesso di realizzare una via di fuga attraverso la posa di tubi che, posizionati orizzontalmente, hanno creato quel passaggio che doveva rappresentare la salvezza. E che invece si è trasformato in un mesto ultimo percorso di Rayan dalla sua trappola. 

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