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I migranti ragazzini

Di Pinella Leocata

Dall'inizio dell'anno il dilagare delle guerre ha spinto sulle coste siciliane 100.000 migranti e di questi 11.900 sono minori arrivati senza genitori né parenti, soli. Adolescenti, ma anche bambini, i più sventurati tra gli sventurati, quelli che hanno visto annegare il padre, la madre, i fratelli. Un esercito di ragazzini soli per i quali le nostre leggi – talvolta più forti del nostro senso di umanità – prevedono una tutela speciale fino ai 18 anni. Ed è proprio questo il motivo per cui, con un crescendo impressionante, le famiglie dei Paesi più poveri o in difficoltà raccolgono con fatica i soldi per mandarli via, per salvarli dalla guerra e dall'arruolamento obbligatorio, per sottrarli alla fame, e per aiutare la famiglia con il loro lavoro una volta arrivati in Italia da dove, per legge, non possono essere espulsi proprio perché minorenni. Una tragedia nella tragedia. La speranza degli adulti gravata sulle fragili spalle di ragazzi esposti ad ogni genere di rischi e di violenze durante la traversata del deserto e del mare, dove talvolta sono costretti a improvvisarsi aiutanti scafisti, e poi anche all'arrivo. Perché non sempre le condizioni di accoglienza sono quelle previste per legge, non sempre il rispetto formale delle regole equivale ad un reale impegno per la loro integrazione, tant'è che un terzo scappa dalle strutture di prima «accoglienza», dove vengono parcheggiati senza vestiti e cibo a sufficienza, e da quelle comunità alloggio che li vedono solo come fonte di guadagno. Scappano quasi sempre alla ricerca di soldi da inviare a casa. E sono soldi sudati con il sangue, frutto di sfruttamento, anche sessuale. Questi sono gli «invasori» che taluni vorrebbero rispedire a casa, ragazzini che – quando va bene e trovano una comunità seria e accogliente – mettono da parte religiosamente i 2 euro al giorno di paghetta previsti dalle norme per inviarli a casa, ogni settimana, con un bonifico di 14 euro. Questi sono i minori per cui la Regione Siciliana adesso prevede ghetti istituzionali, le comunità dedicate, e una retta quasi dimezzata rispetto a quella dei loro coetanei italiani che vivono in istituto.

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