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Strage di Capaci, il pentito Brusca «Cosa Nostra decise e agì da sola»

L'uomo che, su ordine di Riina, premette il telecomando che azionò l'innesco è stato sentito nell'aula bunker di Rebibbia di fronte alla Corte d'assise di Caltanissetta in trasferta per una serie di audizioni
Di Eva Bosco

ROMA - Cosa Nostra decise e Cosa nostra fece. È il nocciolo della versione fornita dal pentito Giovanni Brusca sulla strage di Capaci. L'uomo che, su ordine di Riina, premette il telecomando che azionò l'innesco, già condannato nel primo processo sull'attentato, è stato sentito nell'aula bunker di Rebibbia dove di fronte alla Corte d'assise di Caltanissetta, in trasferta a Roma tutta la settimana con una serie di audizioni nel processo Capaci bis, ha risposto alle domande dei pm nisseni, Onelio Dodero e Stefano Luciani, e agli avvocati delle parti. Il Capaci bis vede alla sbarra 5 boss del clan Brancaccio accusati di aver avuto un ruolo nella strage: Cosimo Lo Nigro, Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, mentre pochi giorni fa Gaspare Spatuzza, Giuseppe Barranca, Gaspare Cannella, Cosimo D'Amato sono stati giudicati col rito abbreviato.   Brusca, protetto da un paravento, ha ripercorso il suo rapporto con Riina, gli anni del maxi-processo e poi l'attentato a Falcone, preceduto da 4 progetti sfumati o falliti. «Riina - ha ricordato Brusca - lo conobbi a 11 anni, con lui ho avuto rapporti strettissimi, un mio secondo padre. Per lui sono diventato un automa». Nel periodo del maxi processo, dopo la sentenza d'appello, Cosa Nostra vuole pilotare l'assegnazione in Cassazione e «Riina sperava nel giudice Carnevale. Per questo feci io molti interventi su Ignazio Salvo perché parlasse con Lima che a sua volta con Andreotti. Ma la risposta fu negativa».   E già da allora «si menzionava Falcone». Il magistrato, insomma, era «in cima alla lista» ben prima del ‘92. Anzi, racconta Brusca, «della notizia che si volesse uccidere Falcone ho saputo dopo l'omicidio di Chinnici», ammazzato nell'estate ‘83. E prima di Capaci, ci furono altri quattro progetti per eliminarlo: «Nell'83 lavorai a un pedinamento e si pensò anche di imbottire un vespino di esplosivo; nell'87 ho saputo da Di Maggio di un progetto preparato con un bazooka, non portato a termine. Poi ci fu l'Addaura, quindi nel ‘91 l'ipotesi di ucciderlo a Roma». E in quella fase due gruppi operano parallelamente: a Roma per colpire con armi convenzionali, a Palermo per un attentato con esplosivo. E dell'esplosivo usato a Capaci, parte (150 kg) proveniente da una cava, parte di origine e tipologia diversa, Brusca ha parlato a lungo. Nell'aprile ‘92 si fece anche una simulazione con 5-10 chili. Il pentito ha confermato che Riina gli disse che una parte l'avevano fornita « picciotti», cioè i fratelli Graviano. «Era stato ricavato da residuati bellici. Me lo consegnò personalmente Salvatore Biondino, io non ho mai visto Giuseppe», ha detto Brusca. Reperito l'esplosivo, è lui il “dominus” della fase esecutiva, come egli stesso si definisce. Fase in cui, «dalla gestione dell'esplosivo al travaso del tritolo nei 13 bidoncini nessun soggetto esterno è mai intervenuto». Azionato il congegno, racconta Brusca, «non ci fu un'esplosione unica, ma sei o sette a ripetizione. E poi un ammasso di fumo». Domani il processo procede con le audizioni di Gioacchino La Barbera e Santino Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe che Brusca uccise e sciolse nell'acido.

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