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Catania

Antiracket, l'arresto di Campo e la storia di una vittima: «La denuncia è l'unica strada»

Di Concetto Mannisi

Catania - Schiuma rabbia da giorni. Perché lui una vicenda come quella che ha coinvolto Salvo Campo, presidente dell’Associazione siciliana antiracket, non avrebbe mai voluto sentirla. E non perché fosse sicuro della limpidezza dell’operato del presunto paladino dell’antiracket, fresco di arresto da parte della Guardia di finanza, piuttosto perché considera la lotta alla mafia e il contrasto al malaffare una missione che non ammette deroghe. Men che meno quelle che, stando alle accuse della Procura, Campo si sarebbe concesso nel periodo coperto dalle indagini. «Una vergogna - commenta Giovanni Castorina, tecnico ortopedico che negli Anni Ottanta fu fra i primi a Catania, se non il primo, a rivolgersi alle forze dell’ordine per denunciare concretamente i suoi estortori - perché Campo, con il quale ho pure avuto a che fare, agendo in tal modo ha infangato un intero movimento: quello dell’antiracket. Invece c’è tanta gente onesta che si batte per liberare la nostra terra dal giogo del “pizzo” e la loro opera non può essere vanificata da qualche mela marcia che, purtroppo, è sempre possibile trovare. Bene ha fatto, perciò, il comandante provinciale delle Fiamme gialle a sottolineare l’importanza del lavoro di queste associazioni nel territorio e, perché no, l’importanza di farsi affiancare dalle stesse in fase di denuncia».

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Campo ha affiancato anche lei.

«E’ vero, ma al di là di qualche atteggiamento che potrei definire ambiguo, con me non è mai andato oltre. Del resto la mia storia affonda ormai le radici nel tempo».

Una storia lunga e tormentata. Eppure proprio lei, capace di denunciare quando il periodo storico imponeva ben altro atteggiamento, è la dimostrazione che scegliere la strada della Legge conviene.

«Non ci sono dubbi. Ho fatto qualcosa di rischioso, ma sono stato ripagato. Forse non quanto sarebbe stato giusto, per i danni psicologici e materiali subiti, ma alla fine sono certo che quella di allora è stata davvero la scelta migliore. E oggi, dipendente di un’azienda che opera nel settore in cui ho sempre lavorato, posso permettermi di guardare negli occhi mia moglie e i miei tre figli. I ragazzi sono stati costretti a percorrere altre strade, visto che il papà non è più entrato in possesso dell’attività che gli è stata sottratta dalla mafia, ma poco importa».

Tutto cominciò nel lontano 1983....

«Già, un anno che cambiò la mia vita. Ero titolare di un’officina ortopedica avviatissima, all’angolo fra la via Firenze e la via Guglielmo Oberdan. Fra i miei clienti c’erano tanti calciatori del Catania di allora. Un bel giorno, si fa per dire, mi arriva la telefonata che nessun commerciante vorrebbe mai ricevere: “Prepara 200 milioni di lire o sarà peggio per te...”. Mi cadde il mondo addosso».

Cosa fece, a quel punto?

«Quello che tutti quanti, ancor di più in questo momento storico, dovrebbero fare. Andai in questura e parlai con un funzionario di polizia. Volete sapere cosa mi disse? “Se le telefonano dica che ha parlato con me. Al limite gli consegni 20 milioni e alla fine, se insistono, stacchi il telefono”...».

Fu quello che fece?

«Per nulla. Piuttosto andai dai carabinieri e raccontai al piantone la stessa vicenda. Fui invitato ad accomodarmi in sala d’attesa e dopo un’ora venni raggiunto dallo stesso militare. “Il capitano è impegnato - mi disse - torni un altro giorno”. Me ne andai sconvolto».

E fu così che....

«Fu così che mi ritrovai al cospetto del cosiddetto “amico buono”. Mi riferisco al signor Rolando Coppola, poi condannato in via definitiva per l’estorsione da me denunciata».

Come andarono le cose?

«Coppola si propose come intermediario fra me e il clan. Aggiustammo la questione, anche con del denaro che io stesso presi in prestito da lui, ma proprio quel prestito fu il grimaldello con cui gli estortori - che successivamente chiesero e riuscirono a entrare in società col sottoscritto - ottennero, nei fatti, il controllo della mia attività». «A seguito degli interessi usurari applicati - prosegue Castorina - in breve mi trovai in difficoltà economiche indicibili. Dopo qualche mese - era il 1984 - fui portato da un notaio e, dichiarando di avere ricevuto una somma di denaro mai percepita, fui invitato a sottoscrivere la cessione dell’attività».

Non aveva più nulla.

«Nulla ad eccezione del posto di lavoro che Coppola mi aveva garantito per trentamila lire al giorno, per quanto a fronte di offese continue. Ciò, però, fino al Natale dello stesso anno, quando mi consegnò una bottiglia e un panettone, dicendomi che con il nuovo anno potevo starmene a casa, perché non c’era più bisogno di me». «Ecco - continua - adesso davvero non avevo più nulla, a parte la depressione e un senso di frustrazione. La clientela andava in officina a cercarmi, ma loro rispondevano con un lapidario “si jucau tuttu che catti...”. Io che non sapevo giocare neanche a briscola». «Fu questo, però, assieme alla disperazione - chiarisce Castorina - a spingermi a fare un altro tentativo. Fui aiutato dall’ispettore Giovanni Lizzio, che assieme al magistrato Ugo Rossi incardinò l’attività investigativa che portò al sequestro del negozio e all’arresto del Coppola».

Che dopo qualche anno fu condannato.

«Con sentenza definitiva in Cassazione del 1994. Il risarcimento? Quella è un’altra storia. Ho dovuto lottare quattordici anni per vedermi riconosciuto lo stato di vittima del racket, spesso ostacolato da funzionari della Regione Siciliana. Alla fine, però, l’iter si è concluso e ho potuto riappropriarmi della mia vita».

Si considera un simbolo dell’antiracket?

«Per quanto non sia vicino ad alcuna associazione ritengo di esserlo. Sono stato il primo in questa città a denunciare e, lo riconosco, mi indigno un po’ quando sento chi non ha vissuto le mie esperienze pontificare sul racket delle estorsioni. Soltanto chi ha avuto direttamente a che fare con questa gente può permettersi di parlare». «In ogni caso - conclude Castorina - capisco che il mondo non può girare come vogliamo noi. Per questo sono il primo a dire alle vittime del racket di rivolgersi proprio alle forze dell’ordine e alle associazioni per denunciare. Lo Stato c’è. Ora come mai pagare non ha più senso».

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